Il dramma di quegli italiani, esuli e maltrattati Stampa
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Lunedì 17 Febbraio 2020 20:28

In occasione dell’incontro pubblico sul tema “I martiri delle foibe e l’esodo degli italiani giuliano-dalmati”, il presidente del consiglio comunale, Marco Falorni, ha pronunciato il seguente intervento.

 

“Oggi parliamo, e giustamente, del dramma terribile delle foibe. Ma non dobbiamo dimenticare l’altro fenomeno drammatico di quegli anni: l’esodo dei 350 mila giuliano dalmati verso l’Italia. Esodo che fu certamente indotto dal terrore instaurato dai comunisti titini e dalle stesse notizie che giungevano sulle foibe.
Si fa presto a dire che tanti italiani lasciarono l’Istria e la Dalmazia per raggiungere il territorio italiano. Proviamo a metterci nei panni di quelle persone, di quelle famiglie che spesso avevano già da piangere per qualche lutto di guerra, per qualche loro congiunto morto in combattimento, sotto i bombardamenti, nelle fucilazioni sommarie o proprio perché gettato in quelle infernali cavità carsiche. Quelli che rimanevano, spinti dal terrore e dalle vessazioni, presero la via dell’esilio, lasciando in quelle terre tutto: i loro beni, mobili e immobili, spesso i loro affetti, perfino i loro morti nei cimiteri, i loro ricordi, il loro lavoro, le loro case. Pensiamo a cosa doveva provare un padre o una madre nel chiudere per l’ultima volta la porta di casa, sapendo di non poterla vedere mai più, certo tanti avranno lasciato la porta aperta, ben sapendo che la sera stessa quelle pareti sarebbero state abitate da altre persone, ignare e indifferenti alla vita che in quelle stanze si era svolta. E poi partire, con le valigie di cartone, ammassati su miseri carretti, o a piedi, o tirandosi dietro poveri muli sovraccarichi di povere cose. Ma almeno questi sfortunati italiani avevano una speranza: quella di essere accolti in patria con spirito fraterno dai loro connazionali. Quale amara delusione li attendeva.

 

 

Ovunque essi furono accolti con insulti, sputi, emarginazione, quando non percosse, il tutto nella indifferenza generale, mentre i pochi compatrioti che li aiutavano, lo facevano in silenzio, chiedendo loro di tacere, e di tacere soprattutto sui ricordi tragici che si portavano dietro. E questo per decenni. Quanti di questi esuli sono morti senza neppure poter sfogare la loro amarezza e ricevere solidarietà.
L’episodio simbolo di questa barbara accoglienza lo si ebbe il 18 febbraio 1947 alla stazione ferroviaria di Bologna, quando un treno stracarico di esuli affamati subì la violenza cieca dell’ideologia politica. I sindacati dei ferrovieri ed attivisti comunisti impedirono che fossero distribuiti gli alimenti preparati dalla Croce Rossa e dalla Pontificia Opera di Assistenza, alcuni militanti arrivarono a versare sui binari il latte destinato ai bambini istriani, che rischiavano la disidratazione. Ammesso, ma assolutamente non concesso, che ci fosse qualche adulto fra gli esuli con qualcosa da farsi perdonare, che colpa ne avevano quei bambini? A quale ferocia può arrivare l’odio di parte?

Quel treno, che fu detto della vergogna, fu alfine fatto ripartire e poté fermarsi a Parma, dove le camionette dell’esercito avevano trasportato i cibi, e quegli esuli disgraziati poterono finalmente ricevere un pasto caldo.

Sessanta anni dopo, nel 2007, il Comune di Bologna fece apporre una lapide commemorativa, per non dimenticare quel treno e quel giorno della vergogna.

Speriamo oggi di poter contribuire a riconciliare, a rasserenare gli animi, a metabolizzare la lezione della storia perché simili tragedie non si ripetano mai più, e speriamo che il popolo italiano sappia costruire insieme una pace sociale duratura, sappia essere davvero, con l’aiuto di Dio, “un” solo popolo, e non un insieme di fazioni in lotta fra loro”.

Marco Falorni