Regolamento antifascista: non compete al consiglio comunale deliberare in materia Stampa
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Mercoledì 31 Gennaio 2018 08:25

Nella seduta del 30 gennaio 2018 è stato approvato a maggioranza il regolamento antifascista. Marco Falorni, capogruppo di Impegno per Siena, ha spiegato le sue perplessità sul piano giuridico e ha dichiarato la non partecipazione al voto. Ecco il testo dell’intervento pronunciato in aula dal consigliere di IPS.

 

 

 

“Credo sia doveroso spiegare i motivi delle mie perplessità su questa proposta di delibera, cosa che fa eccezione rispetto alla regola da me seguita di essere favorevole agli atti che mirano a tutelare e far rispettare la nostra costituzione, che condivido in pieno, e che fra l’altro è stata in buona parte scritta o ispirata da Giorgio La Pira, un personaggio che sicuramente orienta la mia pur limitata azione culturale e politica. Per questo, sono necessarie un paio di premesse.

La prima. Sono talmente convinto della bontà della nostra costituzione, da aver contribuito a difenderla, grazie a Dio vittoriosamente, dall’arrogante attacco che le era stato recentemente portato dal Partito Democratico di Renzi e Boschi. E mi corre l’obbligo di ringraziare, per l’apporto dato a tale difesa, anche l’Anpi e la Cgil, ringraziamento che si estende anche agli esponenti di tali organismi eventualmente presenti in aula.

La seconda. Credo sia noto che il sottoscritto ha una formazione culturale e politica di matrice cattolica. Ne discende, che per il fascismo così come per il comunismo, intesi non come fenomeni storici che sicuramente mi interessano, ma come movimenti politici non posso avere alcuna simpatia. E questo non solo perché entrambi contraddicono i princìpi del cattolicesimo democratico, ma anche perché, storicamente, entrambi, in Italia, hanno perseguitato i cattolici, con minacce, violenze, chiusura e devastazione di circoli, percosse e finanche uccisioni, e ciò sia prima che durante la seconda guerra mondiale, nel caso del comunismo poi anche negli anni seguenti. Quanto al fascismo, forse non sarà un caso che le due leggi che, dopo l’approvazione della carta fondamentale, hanno teso ad impedirne la ricostituzione portano entrambe il nome di politici di matrice democratica cristiana.

Queste premesse erano necessarie a sgombrare il campo dal fatto che il mio intervento possa essere improntato ad argomenti di carattere politico. Al contrario, intendo riferirmi solo ad argomenti di carattere giuridico. Anche qui con una piccola precisazione. Da consigliere comunale, credo al pari di altri colleghi, non ho gradito le minacce preventive di prendere provvedimenti giudiziari nei confronti di chi votasse questo atto. Il consigliere deve essere sereno e libero nei suoi giudizi e nei suoi voti, e le intimidazioni ha il dovere di rimandarle al mittente. Respinta dunque la voglia di votare a favore per pura legittima reazione, mi sforzerò, ripeto, di ragionare solo in termini di razionalità e di legittimità. Ed entriamo nel merito.

Dò atto alla giunta di aver depurato il testo da una serie di proclami puramente ideologici contenuti nella parte narrativa, proclami che di per sé avrebbero probabilmente inficiato la legittimità della delibera. Così come è arrivato oggi in aula, l’atto è più presentabile, e tuttavia va esaminato approfonditamente, poiché prevede sanzioni gravi per chi non ottemperasse alle prescrizioni previste, fino ad impedire l’uso di spazi comunali per le attività artistiche, sportive, addirittura commerciali su aree pubbliche. Si tratta di limitazioni che espongono al rischio di impugnazione e quindi da valutare con prudenza.

Dunque, nel citare la costituzione, la delibera ricorda che la stessa proclama la pari dignità dei cittadini senza distinzione di opinioni politiche. Ne consegue che la costituzione è veramente democratica, e dunque, mentre deve essere necessariamente imperativa per quanto riguarda i comportamenti individuali, deve prevedere anche la libertà di opporsi, politicamente, anche alla stessa carta fondamentale, altrimenti non ci sarebbe libertà di opinione politica, altrimenti non si sarebbero potuti nemmeno attuare i tentativi, più o meno fortunati, di riforma costituzionale.

Per spiegarsi meglio, mentre le azioni, individuali e di gruppo, possono essere condizionate o in certi casi vietate dalla legge, e quindi per esempio non si può ricostituire il partito fascista, mentre, sempre per esempio, anche la libertà di parola, in qualche misura, può essere limitata, perché vige il divieto di diffamazione, la libertà di pensiero non può essere limitata, e questo per definizione.

Non per caso l’articolo 21 della costituzione prevede che “tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ne consegue, ed è un fatto acclarato nella dottrina giuridica, che esiste pure un diritto “negativo”, cioè quello di non manifestare pensieri e opinioni contro la propria volontà. Non è un caso se il voto è segreto, in Italia.

Da ciò discende la particolare attenzione che bisogna porre nel richiedere la firma su atti che obbligassero certuni a dichiarare il proprio pensiero. Se costoro agiscono e parlano in modo conforme alla legge, non potrebbero essere perseguiti o sanzionati se invece pensassero diversamente, né sarebbe legittimo obbligarli a dichiarare la propria opinione.

Continuando nell’analisi giuridica del documento in discussione, occorre notare il richiamo, che è stato fatto, alle leggi Scelba e Mancino, in quanto il controllo sulla loro corretta applicazione, che personalmente auspico, non compete certo direttamente a questo consesso, bensì alla magistratura, e non per caso entrambe le leggi prevedono anche la pena della reclusione, al verificarsi di determinate circostanze. A questo punto, non si capisce perché non sia stato richiamato pure l’articolo 270 del codice penale, che sancisce il divieto di associazioni sovversive, e prevede di punire i trasgressori con la reclusione da cinque a dodici anni.

In definitiva, se il sindaco, un assessore o un consigliere comunale, avesse notizia della ricostituzione del partito fascista o della costituzione di una qualsiasi associazione sovversiva, egli avrebbe non solo il diritto, in quanto cittadino, ma soprattutto il dovere, in quanto pubblico ufficiale, di presentare denuncia alla magistratura.

Ma l’accertamento del reato, ed eccoci al punto, non lo può effettuare il Comune, né la giunta, né il consiglio comunale, né tantomeno gli uffici comunali. E dunque, se per ipotesi qualcuno si rifiutasse di sottoscrivere le prescrizioni di cui parliamo, mi parrebbe almeno originale, per usare un eufemismo, che si applichi una sanzione negando concessioni od autorizzazioni all’uso di spazi comunali o pubblici, che ad altri vengono normalmente rilasciate.

In conclusione, e mi scuso per il ragionamento necessariamente complesso che ho dovuto esporvi, pur condividendo lo spirito dell’atto nella misura in cui chiede il rispetto della costituzione, mi sembra, in coscienza, che non sia possibile sostituirsi alla magistratura nel riconoscimento e nella sanzione per eventuali reati, e quindi giudico questo consesso, cioè il consiglio comunale, incompetente a deliberare sull’atto proposto. Pertanto, pur sperando di aver portato un contributo di serena riflessione, non parteciperò alla votazione su questa delibera”.

Marco Falorni