Sì all'Europa, ma per farla nuova PDF Stampa E-mail
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Domenica 12 Maggio 2019 12:29

"Sì all'Europa, per farla" è il tema del convegno, organizzato dal Movimento Cristiano Lavoratori, svoltosi a Firenze sabato 11 maggio. I lavori sono stati introdotti e coordinati da Pierandrea Vanni, presidente regionale MCL, e al dibattito hanno preso parte Diva Gonfiantini, presidente provinciale MCL Firenze, Marco Falorni, componente del consiglio regionale MCL, Andrea Fagioli, direttore di Toscana Oggi. Le conclusioni sono state a cura di Giovanni Gut, vicepresidente nazionale MCL.

Qui di seguito, ecco l'intervento pronunciato da Marco Falorni.

 

 

"Dunque parliamo di Europa, e lo facciamo fra persone impegnate nell’associazionismo. A questi dati ne dobbiamo aggiungere un altro: il nostro Movimento si chiama Cristiano dei Lavoratori. Alla luce anche di questo, parliamo allora di una Europa che, come disse il santo e carismatico papa Giovanni Paolo II, o sarà cristiana, o non sarà. E allora domandiamoci se oggi l’Europa è, o non è.

Per capire dove vogliamo andare, credo bisogna rifarsi alla storia, che è maestra di vita. L’Europa, da insieme disordinato di popoli e tribù, acquista una consapevolezza di continente attraverso un minimo comune denominatore: la fede cristiana. Con il cristianesimo i popoli acquisiscono il valore della solidarietà e il valore della sacralità della vita umana: i bambini non voluti non vengono più gettati da una rupe, ma anche i trovatelli vengono accolti, allevati, istruiti, avviati ad un mestiere o a una professione e aiutati a formarsi una famiglia. Il Santa Maria della Scala, a Siena, per secoli ha svolto anche questo compito, e lo ha fedelmente rappresentato negli affreschi del Pellegrinaio. Ma si potrebbe citare anche lo spedale degli Innocenti, in piazza Santissima Annunziata a Firenze, che è qui a due passi da noi.

Il cristianesimo ha fondato gli ospedali, le università, ha contribuito alla emancipazione della donna, che dalla foemina romana diventa la domina cristiana, cioè la signora, e acquisisce ruoli e diritti prima non riconosciuti. Duemila anni di instancabile opera di promozione umana hanno forgiato l’anima di un continente. Anche gli scambi culturali e commerciali sono in gran parte figli dei grandi pellegrinaggi sulla via Francigena, sul cammino di Santiago, sui percorsi verso Gerusalemme come verso altri grandi santuari: l’Europa è nata sui valichi delle Alpi come dei Pirenei, laddove uomini di diversa provenienza, lingua e cultura hanno imparato a riconoscersi e a rispettarsi, nel nome della comune fede cristiana.

Nei giorni scorsi, nella mia città, si sono svolte le feste internazionali in onore di Santa Caterina da Siena, patrona d’Europa. Laica e donna di popolo, Caterina aveva chiarissimo il concetto di Europa, tenuta insieme dalla comune fede in Gesù Cristo, ed a tale concetto si rifaceva spesso nelle sue lettere a re, regine, papi. Una donna, Caterina, che convincendo il papa Gregorio XI a ritornare a Roma, liberandolo così dalla pesante tutela di un potente sovrano, ha permesso alla Chiesa di recuperare libertà, autonomia, autorità e universalità.

Torniano ai nostri tempi. Dopo la devastante esperienza di due guerre mondiali, tre grandi cattolici democratici, Schuman, Adenauer e De Gasperi, quest’ultimo già avviato verso la santità, ebbero l’intuizione di fondare il primo nucleo di quella che è oggi l’Unione Europea.

E dopo tutto questo, le radici cristiane non hanno trovato posto neppure nel preambolo della costituzione europea, lo stesso partito popolare non è riuscito ad ottenere neppure questo minimo risultato.

Quando il contenuto di una carta non è aderente alla realtà, può sì esserne imposta con la forza l’applicazione, ma è difficile ottenere per lo stesso uno spontaneo consenso popolare. Mi spiego con un esempio: quando Caligola decise di nominare senatore il suo cavallo, seguì una procedura corretta e l’imperiale atto di nomina era formalmente ineccepibile. E tuttavia noi sappiamo che quello nominato non era un senatore, perché era un cavallo.

Allora, tornando al tema, bisogna domandarsi: è questa l’Europa che vogliamo? Io penso di no. Anche se, sia chiaro, ritengo impossibile e controproducente il solo pensare ad uno sganciamento dell’Italia dall’Unione. La cosa doveva essere chiara già prima, ma l’esperienza della Brexit e della sua sciagurata gestione, la rendono evidentissima. Così come non è pensabile una rinuncia alla moneta unica europea.

Ma in che misura bisogna rinunciare a un po’ di Italia per avere un po’ più di Europa? L’articolo 1 della costituzione italiana, di recente vittoriosamente difesa dai nostri concittadini, ci ricorda che “la sovranità appartiene al popolo”. A quale popolo? A quello italiano, ovviamente. Eppure, spesso si sente dire, e talvolta anche a ragione, che bisogna essere disposti a cedere porzioni di sovranità. Cosa vuol dire? Ciò è sicuramente sensato se ci si riferisce alla ricerca di una difesa comune e di una politica estera comune, cioè delle uniche due cose che, anche al di là della forza economica, potrebbero rendere autorevole e credibile l’Unione fra le altri grandi potenze dello scacchiere mondiale. I popoli europei, nella storia, avevano già dato prova di sapersi unire, nei momenti di pericolo, si pensi a quanto accaduto a Lepanto e a Vienna. Ma oggi non è così. Si veda cosa succede in Libia, dove la politica estera degli stati europei è ben diversificata. Occorre porre rimedio a queste grandi incongruenze.

Ma c’è di peggio. Se per obiettivi così alti si può accettare la perdita di una fetta di sovranità, appare ben più difficile digerire che l’Italia non possa decidere in materia di quote latte, come di olio tunisino o di arance marocchine, di lunghezza dei cetrioli come di curvatura delle banane. Questa è l’Europa dei vincoli, degli indici e dei decimali, della burocrazia assurda che alimenta se stessa. Appare poco spiegabile che settori importanti dell’Unione sostengano il Ceta, il trattato di libero scambio Europa-Canada, che, stando a quanto denunciano numerose associazioni, Coldiretti in testa, metterebbe a rischio non solo la salute dei connazionali - infatti potrebbero entrare prodotti agricoli trattati con sostanze che in Italia sono vietate - ma anche tutta una serie di prodotti enogastronomici, di dubbia riconoscibilità, che metterebbero in crisi le eccellenze del nostro territorio, e quindi la nostra economia. Altro che filiera corta e prodotti a chilometri zero. Mentre in Italia si fatica ad inserire le etichette obbligatorie per rendere evidente la provenienza dei prodotti - si pensi al grano, con i nostri produttori messi in ginocchio dalla importazione di cereali di più bassa qualità, e a quanto hanno dovuto lottare per inserire l’etichetta di riconoscibilità del territorio di produzione - in Europa si legifera per liberalizzare al massimo la circolazione delle merci, abbassando la qualità dei controlli.

Personalmente, non credo che, in economia, la liberalizzazione selvaggia, così come la privatizzazione nella erogazione di servizi pubblici essenziali e talvolta strategici per gli interessi nazionali, possa far parte di una politica cristianamente ispirata. Credo che l’economia sociale di mercato possa essere la risposta cristiana a questa manìa privatizzatrice che permea la sinistra non meno della destra politica.  Noi non siamo liberali? Come no?! Non possiamo non dirci liberali, parafrasando Croce, ma il capitalismo accettabile non è quello senza regole e senza etica. E questi princìpi dovremmo farli valere anche in Europa, in particolare da parte di quelle forze, da anni troppo cedevoli, che si rifanno ad una ispirazione cristiana.

Non c’è solo l’economia. C’è il problema di fronteggiare l’attacco continuo, martellante, alla famiglia tradizionale, alla vita umana dal suo sorgere al suo tramonto, alla libertà educativa, a tutto il sistema dei valori cristiani che soli, dando certezze di riferimenti, possono motivare individui e popoli a fare e a fare bene, incentivando il progresso vero, economico, culturale, e morale, e non solo quello tecnologico e quello di una scienza sempre più svincolata dall’etica.

C’è poi, gravissimo, l’attacco ai corpi intermedi, ai partiti e ai sindacati, che si tende sempre più a svilire, provocandone una caduta di prestigio, alle associazioni e ai movimenti, penalizzati con tutta una congerie di adempimenti, balzelli, complicazioni burocratiche che scoraggiano lo sviluppo delle attività e delle nuove iniziative, c’è l’attacco alle famiglie tradizionali, fino a farle sentire addirittura un retaggio di un passato oscuro, piuttosto che una realtà viva, cellula fondamentale per la tenuta del tessuto sociale. Insomma, si tende a rendere l’individuo sempre più solo, solo e senza corpi intermedi che lo difendano, di fronte ad un potere statale o sovranazionale spaventoso. Ed è proprio questo l’interesse delle lobbies finanziarie internazionali, che hanno tutto da guadagnare a trovarsi davanti masse indistinte di individui soli, poco politicizzati, poco sindacalizzati, senza il conforto solidale di affetti familiari stabili, e sempre più anche senza lavoro garantito, ma ricattati da situazioni di precarietà, e senza la possibilità di programmare matrimoni, figli, mutui, acquisto di case. Così gli individui sono sempre più schiavi, anche se la schiavitù, teoricamente, non esiste più, perché sradicata, guarda il caso, proprio dal cristianesimo. E oltre gli individui, anche gli stati sono sempre più deboli e manovrabili dalle suddette lobbies finanziarie internazionali.

In questo quadro l’Unione Europea deve essere un baluardo a difesa dei popoli e degli individui, e non certo uno strumento di ulteriore repressione delle aspirazioni umane e degli stati membri.

Bisogna quindi essere molto esigenti con i candidati al parlamento europeo, anche con quelli più vicini ai nostri riferimenti culturali e politici, bisogna non stancarsi di chiedere chiarimenti, impegni, e di seguire da vicino l’attività degli eletti, per non far mancare i giusti stimoli, oltre a fornire i necessari supporti.

In questo il nostro movimento può svolgere un ruolo grande. Mcl ha già fornito, a livello nazionale come regionale, ed anche in collaborazione con altre associazioni, dei documenti che possono essere utili per chi vuole avvicinarsi consapevolmente al rinnovo del parlamento europeo, da candidato come da semplice elettore.

Il quadro dell’Europa che ho appena delineato è sicuramente denso di problemi, ma non per questo deve venirci a mancare una sana dose di ottimismo cristiano. Il cristiano triste, lo sapete, è un triste cristiano. Quindi dai problemi deve venirci la voglia di affrontarli e di rilanciare, per fare di nuovo dell’Europa una luce per il mondo, per recuperare l’ispirazione originaria dei fondatori e per rinnovare senza paura l’ispirazione cristiana della politica che vogliamo professare e sostenere. Bisogna pretendere dagli eletti una via cristiana all’economia, al sociale, alle conquiste scientifiche, ai diritti umani, a quelli veri e non ai desideri individuali più o meno legittimi. Bisogna tornare a proclamare con fierezza questa identità e ravvivare così quella luce che dall’Europa ha irradiato il mondo per millenni, e che può e deve continuare a farlo".

Marco Falorni

 
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