Pandolfo Petrucci, un tiranno che seppe difendere Siena PDF Stampa E-mail
Domenica 11 Febbraio 2018 20:39

Nato a Siena il 14 febbraio 1451, figlio di Bartolomeo di Giacoppo e di una Bellanti, Pandolfo Petrucci fu abile e ricco mercante, ma soprattutto fu un politico cinico e opportunista. Destreggiandosi tra le lotte delle fazioni, riuscì a dominare Siena, di cui divenne di fatto signore, anche in virtù delle ricchezze accumulate e di crudeli maneggi. Si può anzi dire che egli fu forse l’unico personaggio storico che riuscì, per qualche anno, a creare in Siena una sorta di stato signorile; è anche vero, però, che non seppe consolidare definitivamente, per una serie di circostanze sfavorevoli, il nuovo ordinamento politico da lui creato, che forse, in virtù della sua maggiore aderenza alla nuova realtà storica, avrebbe potuto garantire a lungo la sopravvivenza della Repubblica di Siena.

 

 

Pandolfo contribuì largamente a far progredire l’economia della città e ad accrescere il suo splendore artistico, fu signore a suo modo giusto e benefico, almeno quando ciò non gli procurava danno, e di certo fu amatissimo dal popolo senese. Il Petrucci fu uomo di modesta cultura, ma dotato di non comune astuzia e di grande senso pratico. In gioventù fu partigiano dei noveschi, e ostilissimo ai popolari che erano al governo. Per le sue attività sovversive, dopo ripetute ammonizioni, fu dichiarato ribelle e costretto a restare a lungo in esilio. Ma il 21 aprile 1487, alla testa di un nutrito gruppo di fuorusciti noveschi, egli riuscì, con un audace colpo di mano, scalando le mura fra Fontebranda e Vallepiatta, a rientrare in Siena di sorpresa e, dopo un breve e cruento combattimento, ad aver ragione dei difensori. Intorno al 1490, insieme al fratello Giacoppo, cominciò a recitare un ruolo politico preponderante nel governo della città. Dopo la morte di Giacoppo, avvenuta nel 1497, Pandolfo rimase indiscutibilmente il primo personaggio dello stato senese. Sposò in seconde nozze Aurelia Borghesi, figlia del famoso giureconsulto Niccolò Borghesi (1432-1500). Molti furono i suoi nemici, ma Pandolfo, politico privo di scrupoli, riuscì sempre a liberarsene, servendosi tranquillamente dell’assassinio politico per eliminare i più pericolosi. Lo stesso trattamento riservò perfino all’illustre suocero, che aveva preso a criticarlo, e che fece barbaramente trucidare a pugnalate dai suoi sicari nella piazza Postierla a Siena, nel luglio del 1500.

Nei riguardi di Firenze e degli altri stati italiani, adottò una politica mutevole, a seconda dell’evolvere della situazione generale, entrando ed uscendo dalle varie alleanze con facilità impressionante. Alterna, per Siena, fu la fortuna delle decisioni da lui prese, ma la Repubblica riuscì comunque a conservare l’indipendenza in un periodo difficilissimo.

Nel 1502 il Petrucci attraversò un momento di grave pericolo. Avendo infatti egli esortato vari prìncipi dell’Italia centrale a riunirsi a Magione, presso Perugia, per organizzare una congiura contro Cesare Borgia detto il Valentino (1475-1507, duca di Romagna, cardinale, figlio illegittimo del papa Alessandro VI, Rodrigo Borja, 1431-1503), ed essendo tale congiura fallita miseramente, egli incorse logicamente nelle ire del Borgia (che aveva attirato in un tranello tutti gli altri congiurati, riunendoli a Senigallia, e facendoli strangolare il 31 dicembre 1502; ma il Petrucci, prudentemente, non aderì all’invito), che a ragione lo considerava il vero cervello dei cospiratori. Dichiarando di non aver nulla contro Siena, ma di volerla solo liberare dal suo tiranno, il duca Cesare, alla testa del suo potente esercito, si mise in marcia verso il territorio della Repubblica senese; quando giunse nelle vicinanze di Siena, il Petrucci si dovette dare alla fuga. Nonostante egli fosse inseguito con insistenza dai sicari del suo nemico, Pandolfo riuscì a scampare a tutti i pericoli, e a mettersi in salvo a Lucca. A questo punto intervenne il re di Francia Luigi XII di Valois Orléans (1462-1515), che teneva Siena sotto la sua protezione, e ordinò al suo ambasciatore nella città di intimare al Borgia di desistere dalle sue bellicose iniziative. Il Petrucci, nel 1503, poté così rientrare in Siena, fra grandi manifestazioni di esultanza, e consolidare ulteriormente il proprio robusto potere.

In seguito Pandolfo riuscì a scampare all’ultimo momento (grazie all’intervento di una guardia del corpo di nome Mennone) anche ad un agguato tesogli dalla famiglia Bellanti. I membri di tale famiglia e i loro complici furono tutti esiliati e, successivamente, furono quasi tutti raggiunti e assassinati, nei loro pur lontani rifugi, dai sicari di Pandolfo, che aveva spie dappertutto.

Il Petrucci, frattanto, continuava la sua mutevole politica di alleanze e di discordie con gli altri stati italiani, mentre gli accordi di volta in volta pattuiti venivano spesso disattesi da tutte le parti in causa. Pandolfo, tra l’altro, strinse amicizia con l’imperatore Massimiliano I d’Absburgo (1459-1519), ed aiutò il pontefice Giulio II (Giuliano della Rovere, 1443-1513) contro i francesi.

Nel 1508 in Siena, nell’attuale via dei Pellegrini, Il Petrucci si fece costruire da Domenico di Bartolomeo da Piacenza, su disegno di Jacopo Cozzarelli (1453-1515) la sua splendida residenza, detta palazzo “del Magnifico”, decorata internamente da artisti del calibro di Luca Signorelli (1450-1523), Girolamo Genga (1476-1551), Pinturicchio (Bernardino di Betto, 1452-1513).

Si giunse così al 1511, quando Pandolfo, preoccupato dell’accresciuta potenza di Firenze, con la quale manteneva rapporti di non sincera amicizia, intavolò lunghe trattative che sfociarono infine, il 15 agosto di quell’anno, nella cessione alla città dell’Arno di Montepulciano (che in quel momento storico era da poco passata sotto il controllo di Siena). Naturalmente il vero scopo di Pandolfo era quello di mantenere relazioni pacifiche con Firenze, accattivandosene i favori, e in effetti la sua mossa politica, pur costituendo una grave perdita per la Repubblica senese, assicurò un periodo di relativa quiete e tranquillità. La cessione di Montepulciano, tuttavia, non mancò di sollevare sdegnate proteste, in primo luogo da parte dei montepulcianesi, e per la prima volta anche da parte dell’unanimità dei senesi.

Nel 1512 il Petrucci, ormai stanco e malato, per poter starsene un po’ un poco in pace con la sua amante preferita, la giovane ed avvenente popolana Caterina di Salicotto detta “Caterina delle due spade”, abdicò in favore del figlio Borghese. Di lì a poco, aggravandosi il suo stato di salute, si recò a Bagni San Filippo, per trascorrervi un periodo di cura termale. Non avendo tratto alcun giovamento dalle cure a cui si era sottoposto, dopo pochissimi giorni egli riprese la via di Siena, ma la morte lo colse il giorno successivo, il 21 maggio 1512, all’età di 61 anni, mentre transitava da San Quirico d’Orcia. Il corpo del “Magnifico” fu traslato a Siena e sepolto nella basilica dell’Osservanza, dove il suo sepolcro fu scolpito da Jacopo Cozzarelli.

Soffermandoci un attimo su quella che era stata la sua attività di mecenate, si può dire che il Petrucci favorì in ogni modo il soggiorno in Siena di artisti di chiarissima fama, senza per questo trascurare gli artisti senesi. Promosse la costruzione e il restauro di palazzi, chiese, fontane, monumenti vari che oggi concorrono grandemente alla bellezza della città. Progettò anche importanti lavori pubblici nel territorio. A titolo di curiosità, si può aggiungere che egli stesso ideò la costruzione, attorno alla piazza del Campo, di un gigantesco porticato sostenuto da robuste colonne marmoree. L’opera ebbe pure inizio, sotto la direzione di Baldassarre Peruzzi (1481-1536), ma poi, per una serie di motivi venne (forse fortunatamente) abbandonata.

Come personaggio politico, Pandolfo Petrucci fu spregiudicato, e se necessario crudele (a volte ispirato dalla pragmatica perfidia del suo astuto e colto segretario Antonio Giordano da Venafro, 1459-1530), ma riuscì a districarsi nelle convulsioni politiche del suo tempo, schivando trappole ed attentati, e salvando, almeno momentaneamente, la sopravvivenza della Repubblica di Siena, riuscendo anche a farsi benvolere dalla popolazione, ed allo stesso tempo incarnando quella figura di signore abile e senza scrupoli, che con le sue forze riusciva ad accrescere il potere (che aveva il suo massimo esempio proprio nel suo grande nemico Cesare Borgia), figura che in quei tempi costituiva un modello politico, e che ispirò a Niccolò Macchiavelli (1469-1527) la sua celebre opera letteraria di dottrina politica “Il Principe”, scritta nel 1513. Lo stesso Machiavelli conobbe e stimò il Petrucci, e di lui scrisse: “un uomo di assai prudenza in uno stato tenuto da lui con grande riputazione, e senza drento o fuora capi nimici di molta importanza per averli morti o riconciliati”.

Senio Ghibellini

 
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