Antonio Piccolomini d'Aragona, militare di rango, duca di Amalfi PDF Stampa E-mail
Sabato 18 Novembre 2017 13:07

Nato a Sarteano nel 1435, Antonio fu figlio di Nanni Todeschini e di Laudomia Piccolomini, sorella del papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini, 1405-1464), e fratello del futuro papa Pio III (Francesco Todeschini Piccolomini, 1439-1503), e prese il cognome materno Piccolomini al momento dell’elezione dello zio al soglio pontificio (1458). Trasferitosi a Siena con la famiglia, Antonio fu il nipote prediletto del pontefice suo zio, che lo ricolmò di benefici, lo nominò conte palatino e castellano di Castel Sant’Angelo. Nel 1460 fu nominato commissario generale della cavalleria e della fanteria pontificia.

Passò quindi al servizio di Ferdinando I d’Aragona (1424-1494), re di Napoli, per il quale combatté contro gli Angiò, riportando una serie di brillanti vittorie e conquistando città e castelli in tutto il meridione, tanto da essere nominato capitano generale dell’infanteria del reame di Napoli. Dopo la battaglia di Troia (18 agosto 1462), in Puglia, Antonio, che nell’occasione dimostrò tutto il suo valore, ricevette l’investitura del ducato di Amalfi, della contea di Celano, del marchesato di Capestrano e di altre baronìe. Ferrante lo nominò anche gran giustiziere del regno, gli dette in sposa, il 23 maggio 1461, una sua figlia naturale, Maria, e gli concesse il diritto di aggiungere il nome e l’arme di Aragona al casato di famiglia. Egli fu dunque il capostipite della casata dei Piccolomini d’Aragona nel Regno di Napoli, che tenne il ducato di Amalfi fino al secondo decennio del XVII secolo. Antonio dimostrò grande sensibilità per lo sviluppo manifatturiero nell’Amalfitano, che cercò di favorire in ogni modo, anche facendovi affluire, da varie parti d’Italia, diversi maestri con il compito di dare impulso agli opifici. Primo fra tutti fu quello per la lavorazione della lana “all'usanza di Siena e Firenze”.

 

 

Fra le imprese militari di Antonio Piccolomini, da mettere in rilievo almeno la liberazione dell’Abruzzo dalle scorrerie di un capitano di ventura e la vittoriosa battaglia di Mondragone (1463). Il 31 gennaio 1464 Antonio ebbe pure in feudo dal papa Pio II la città di Senigallia e il vicariato di Mondavio. Il 29 maggio 1464, in vista della partenza di Pio II per la crociata, egli fu nominato luogotenente dell’Urbe, e due giorni dopo, il 31 maggio, insieme ai suoi tre fratelli, ebbe pure il giuspatronato sulla chiesa di Santa Maria in Betlem a Siena. Lo stesso Pio II, nei suoi “Commentarii”, parla di Antonio, giustificando il suo nepotismo nei suoi confronti con il riconoscimento delle grandi qualità belliche dimostrate dal nipote, che contribuì a mettere ordine nel territorio pontificio, oltre a combattere per anni nel Regno di Napoli.

Rimasto vedovo di Maria d’Aragona nel 1470, Antonio si risposò con una nipote di Ferdinando I, Maria di Marzano, nel 1471. Ebbe cinque figlie, tre dalla prima moglie e due dalla seconda, e quattro figli, tutti dalla seconda moglie. Durante la famosa seconda “congiura dei baroni” (1485-87), che vide scendere in campo tra i ribelli quasi tutta la nobiltà del regno, Antonio fu tra i pochi rimasti fedeli alla casa di Aragona, e la rivolta alla fine venne repressa. Antonio Piccolomini d’Aragona morì a Capestrano l’11 gennaio 1492. Antonio Piccolomini è protagonista del dialogo sulla crociata indetta da Pio II “Gratulatio ad maximum, beatissimumque Pontificem Pium II. Pro felici, ac secundo ex Mantuana peregrinatione reditu” dell’abate benedettino Girolamo Aliotti (1460), edito ad Arezzo, a cura di G. M. Scarmali, nel 1769.

Nella foto: il castello Piccolomini di Celano.

Senio Ghibellini

 
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