Il Beato Giovanni Colombini, fondatore dei "gesuati" PDF Stampa E-mail
Mercoledì 29 Marzo 2017 07:43

Giovanni Colombini è da considerare uno dei più grandi mistici di Siena, decisamente troppo trascurato dalla storiografia ufficiale; figura di grosso rilievo, che ebbe notevole influenza sulla società e sugli avvenimenti politico-religiosi del suo tempo. Egli era proveniente da antica e nobile famiglia senese, nato a Siena nel 1304 da Pietro (che apparteneva ai noveschi e ricoprì importanti cariche pubbliche) e da Agnolina. Scrive lo storico senese Giugurta Tommasi (1541-1607) che la famiglia Colombini, dopo l’esclusione dei nobili dal governo della Repubblica di Siena (1277), era fra quelle che “s’erano compiaciute di rimaner popolane”. Giovanni Colombini fu giovane colto e brillante, amante della vita mondana; la sua casa in Siena era situata in via di Città, vicino a piazza Postierla. Divenne poi un ricco mercante di drappi e stoffe pregiate, continuamente in viaggio fra Siena e Perugia, dove possedeva un altro negozio, ed anche verso San Giovanni d’Asso, dove aveva acquistato delle terre. Ebbe pure importanti cariche pubbliche, ricoprendo anche l’alto ufficio di priore del consiglio del popolo durante il governo dei Nove. Il potere economico e politico di cui godeva, il lusso di cui amava circondarsi, ne avevano però fatto uno dei più sfaccendati ed egoisti gentiluomini della città, nonostante la benefica influenza che esercitava su di lui la moglie Biagia di Giovanni Cerretani, sposata nel 1342, che gli aveva dato i figli Agnola e Niccolò. I pochi biografi del Colombini, fra cui è da citare Feo Belcari, danno per fulminea la sua conversione, avvenuta il 2 luglio 1355, in età ormai matura, dopo la lettura della vita di Santa Maria Egiziaca. Si ha invece ragione di ritenere che essa, pur esplodendo tumultuosa, sia maturata lentamente.

 

 

Bisogna intanto considerare l’influenza che potrebbe avere avuto una serie di eventi calamitosi di cui il Colombini ebbe diretta esperienza. Ci fu, per esempio, la tremenda pestilenza del 1348 e ci fu, qualche anno dopo (24 marzo 1355), il violento rovesciamento del governo dei Nove, durante il quale scoppiarono gravissimi disordini nella città e molti noveschi furono barbaramente trucidati. Sta di fatto tuttavia  che il Colombini, una volta convertito, donò parte dei suoi averi ai poveri e si dette a vita di rigorosa penitenza e preghiera. Fu perfino crudele con se stesso, per la durezza delle umiliazioni cui volle sottoporsi; basti dire che arrivò perfino a tornare, per mesi, al palazzo Pubblico, dove aveva ricoperto cariche tanto prestigiose, per svolgervi i servizi più infamanti, deriso e schernito da tutti. Nei primi anni dopo la conversione, egli vivificò la linfa della sua spiritualità soprattutto nella quiete agreste della dolce campagna senese, così come avevano ed avrebbero fatto altri grandi mistici della città (San Galgano, Beato Bernardo Tolomei, San Bernardino eccetera). Il Colombini si lasciò soprattutto incantare dall’operosa tranquillità della certosa di Maggiano, posta a poco più di un chilometro dalle mura di Siena, di cui era l’anima il Beato Pietro Petroni. Giovanni vi si trattenne per diversi anni, soggiornando anche, periodicamente, presso il monastero delle benedettine di Santa Bonda, in cui era badessa monna Paola di Ghino Foresi, donna assai savia nella direzione delle anime ed ammirevole per le proprie virtù.

Nel 1360 Giovanni Colombini fondò la congregazione religiosa dei “gesuati” (o “ingesuati”), cosiddetti perché avevano sempre sulle labbra il nome di Gesù, con i quali prese a girovagare per i paesi, cercando sempre di operare il bene e di assistere i bisognosi, soprattutto praticando la più completa povertà, considerata come sicurissima via di salvezza. I gesuati erano anche convinti che l’allegrezza e la serenità degli animi erano ottimi presupposti per l’ottenimento della grazia divina; anzi, nessun ordine, tranne forse quello francescano, pose con tanta insistenza l’accento sulla necessità di questa lieta disposizione dell’animo. Va rilevato che nelle manifestazioni esteriori Giovanni e i suoi seguaci non furono esenti da una certa teatralità, che peraltro costituisce una nota caratteristica e ricorrente nell’indole dei senesi, particolarmente dei mistici senesi. Tuttavia l’atteggiamento dei gesuati che maggiormente disturbò l’autorità costituita fu il loro accanirsi contro i potenti del tempo, contro l’ingiustizia e il regime di privilegio dominante nella società di allora. Nel 1363, in seguito al persistere di tale atteggiamento, pur dopo essere uscito indenne da un processo dell’Inquisizione, il Colombini, insieme al suo fedele compagno di  fede, il nobile Francesco di Mino Vincenti, e a tutti i suoi seguaci, fu messo al bando dalla città di Siena da parte dei dodici reggitori del Comune, che lo accusavano di essere un pericoloso sobillatore ed un eretico, e ciò contro la volontà del popolo senese che difendeva l’operato degli esuli. Insieme ad altri 25 compagni, Giovanni riparò ad Arezzo, a Città di Castello, a Pisa, a Pistoia e quindi in altre città toscane. Nel 1364 il Colombini, con atto notarile, donò i suoi beni terreni a Paola Foresi, abbadessa di Santa Bonda, con l’obbligo di sovvenire ai bisogni della moglie Biagia finché questa fosse rimasta in vita. Nello stesso periodo, mentre il figlio Niccolò era venuto a mancare, forse a causa della peste del 1363, il Colombini inviò a Santa Bonda la figlia Agnola, che però poco dopo morì. Infine, per liberarsi dall’accusa di eresia che gravava su di loro, il Colombini e i suoi circa settanta gesuati, nel 1367 a Viterbo, si recarono incontro al papa Urbano V (Guillaume de Grimoard, 1310-1370) di ritorno da Avignone, agitando ramoscelli di ulivo in segno di pace. Il papa, commosso dalla fede spontanea e sincera di quei religiosi, dopo una severa inchiesta condotta dal domenicano Guillaume Sudre (morto nel 1373) cardinale di Marsiglia, li scagionò dall’accusa di eresia, approvò la loro congregazione, dette loro di propria mano un preciso abito religioso, di colore bianco, e li pose sotto la regola di San Benedetto; i gesuati si posero sotto il particolare patrocinio di San Girolamo dottore della Chiesa; da allora, essi furono detti anche i “poveri di Cristo” o “del papa”.

Di lì a poco il Colombini, vista aggravarsi seriamente la sua salute mentre si trovava in Viterbo, decise di tornare a Siena. Dopo aver dettato le sue ultime volontà in Acquapendente al notaio Benedetto di Pace, il Colombini giunse sull’Amiata, al monastero di San Salvatore, e qui serenamente se ne morì il 31 luglio 1367. Pochi giorni dopo moriva anche Francesco di Mino Vincenti, che successivamente sarà a sua volta venerato dall’ordine come beato, e la guida del gruppo fu affidata a Gerolamo d’Asciano. Il corpo del fondatore fu traslato a Siena, in un primo momento presso il monastero di Santa Bonda, poi nella chiesa di San Niccolò al Carmine ed attualmente si trova sotto l’altare della Madonna nella chiesa nuova di Santa Maria Immacolata nella parrocchia di San Francesco all’Alberino. Egli fu beatificato, anche se non formalmente, dal papa Gregorio XIII (Ugo Boncompagni, 1502-1585), che ne fece inserire il nome nel martirologio romano, e la sua festa liturgica ricorre il 31 luglio, nel giorno del transito. In Siena, ancora vivi sono il ricordo ed il culto del Beato, di cui si venerano le reliquie.

Frattanto, l’ordine dei gesuati continuò a prosperare anche dopo la morte del fondatore e stabilì sue dimore a Roma, a Venezia e in varie importanti città d’Italia, e perfino all’estero, a Tolosa, nel 1425. L’ordine ebbe pure una sua propria costituzione formale, che fu scritta solo nel capitolo del 1426, e fu fondata sostanzialmente sulla regola di Sant’Agostino, con poche varianti. Per lungo tempo i gesuati furono solo dei semplici laici, non accedevano al sacerdozio, ed erano detti pure “padri dell’acquavite”, perché al Santa Maria della Scala di Siena ed in altri ospedali distillavano liquori per lenire le sofferenze dei malati e ricoverati. Nel 1606 il papa Paolo V (Camillo Borghese, 1552-1621) concesse loro di dedicarsi agli studi e di accedere al sacerdozio. In Siena fu a lungo tenuta dai gesuati la chiesa di San Girolamo, nei pressi della basilica dei Servi, e per secoli la città ha prodotto diversi illustri personaggi appartenenti a questa congregazione: fra gli altri, tre vescovi senesi e nove generali dell’ordine. Dopo alterne vicende, l’ordine dei gesuati venne soppresso dal papa Clemente IX (Giulio Rospigliosi, 1600-1669) il 6 dicembre 1668 con la bolla “Romanus pontifex”, emessa in seguito alle pressioni della Repubblica di Venezia, che mirava ad accaparrarsi i beni dei religiosi. Una congregazione di “gesuate”, istituita da Caterina Colombini (cugina del Beato e successivamente a sua volta venerata dall’ordine), nel 1367 nel rione di Vallepiatta (vicino a dove poi sorgerà l’oratorio di San Sebastiano), sopravvisse in Italia, e particolarmente a Lucca, fino al 1872.

Facendo cenno alla produzione letteraria di Giovanni Colombini, è da notare che gli sono attribuite diverse laudi sacre, ma una sola è sicuramente autentica, ed è intitolata “Diletto Jesu Christo chi ben t’ama”. Ci resta pure una suggestiva raccolta di 114 epistole, assai interessanti, sia dal punto di vista religioso che da quello letterario, edite a Lucca nel 1856.

Nel corso del 2017 si svolgerà a Siena e in altre sedi una serie di convegni e celebrazioni, in occasione del 650esimo anniversario della morte del Beato Giovanni Colombini.

Senio Ghibellini

 
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