Simone Martini, un genio a dimensione europea PDF Stampa E-mail
Sabato 10 Dicembre 2016 12:55

Simone, come Duccio, fa uscire la pittura senese dal suo raffinato, ma ristretto ambito provinciale, e la introduce di prepotenza nell’olimpo della cultura artistica europea. Ma forse non è esatto restare nel solo campo dell’arte, in quanto Simone, fin dalle sue primissime opere, si impone come un protagonista dell’intera civiltà del ‘300 europeo. E’ chiaro infatti che non si può comprendere appieno lo spirito e il senso di tale civiltà, ove ci si limiti a studiare gli apporti che ad essa dettero, ad esempio nel campo letterario, Dante, Petrarca e Boccaccio, oppure nel campo filosofico San Tommaso d’Aquino; occorre includere nel contesto considerato anche l’opera dei massimi artisti figurativi, ad esempio Nicola e Giovanni Pisano e Arnolfo di Cambio nella scultura, e ancora, Giotto e i maggiori senesi nella pittura. E non v’è dubbio che Simone Martini si pone tra i protagonisti di quel periodo storico, non solo per la sensibilità e l’attualità della sua cultura, ma anche per le illuminanti novità delle intuizioni formali da lui proposte. D’altro canto, la pittura di Simone, proprio per la sua originalità, può apparire isolata nel contesto dell’arte toscana e italiana del suo tempo, chiusa in un mondo di astratte eleganze formali; e limitato può sembrare il suo messaggio, visto che a Siena Simone non ebbe, tra i numerosi seguaci, nessuno che lo comprendesse e sviluppasse pienamente il suo esempio. In realtà la sua pittura è di capitale importanza storica e si pone quale nodo di sviluppo di tutta la pittura europea nella fase tarda del gotico; il linearismo decorativo, la raffinatezza coloristica, il particolare “realismo” di Simone, sono infatti il punto di partenza per ricerche irradiatesi, da Avignone, in tutta Europa. L’arte prodotta da Simone, in antitesi con quella di Giotto, si volge a creare figurazioni di sogno e di fiaba, immerse in un colore irreale e splendente.

 

 

Nato a Siena nel 1284 circa, Simone di Martino appare possedere una personalità pienamente formata fin dalla sua prima opera conosciuta e documentata, il grande affresco della “Maestà” nella sala del Mappamondo del palazzo Pubblico di Siena (1315). L’opera appare chiaramente ispirata alla celeberrima “Maestà” di Duccio, terminata quattro anni prima, ma segna su di essa un grande progresso; come infatti Duccio aveva disposto sul fondo d’oro i suoi personaggi in solenne contemplazione, addensati in uno stato di architettonica fissità, così Simone crea, con una serie di abili accorgimenti tecnici, l’illusione del movimento e della provvisorietà temporale, quasi che l’adunata degli angioli e dei santi si fosse spontaneamente formata nel momento; viene così a crearsi, soprattutto guardando l’opera dal basso, un notevole senso di profondità, mentre il colore prezioso dei personaggi in primo piano ravviva tutta la composizione e contribuisce a conferirle un tenue senso di raffinata musicalità. In definitiva, appare evidente che Simone è già conquistato dal movimento gotico europeo, interpretato peraltro alla luce della tradizione italiana e specificamente senese.

Nel 1317 l’artista era a Napoli, al servizio di Roberto d’Angiò (1277-1343), che fra l’altro lo creò miles, cioè cavaliere, e qui dipinse la fulgida tavola con predella raffigurante “San Ludovico da Tolosa che porge al fratello Roberto la corona terrestre e ne riceve quella celeste”, ora conservata nel museo di Capodimonte. In quest’opera, la figura principale appare quasi astratta sullo sfondo dorato, immersa in preziosi smalti di colore, come se vivesse in un mondo lontano, mentre certi particolari sembrano richiamare l’arte orientale. Quest’opera è una rappresentazione profana, ed è considerata la prima in Italia a ritrarre un personaggio vivente, cioè lo stesso re Roberto d’Angiò. Nel 1320 il Martini dipinse, per il convento domenicano di Santa Caterina d’Alessandria a Pisa, un bel polittico, attualmente presso il Museo nazionale di San Matteo; nello stesso anno, e fino al 1326, dipinse tre polittici in Orvieto, di cui uno per il Duomo, mentre quella città umbra si trovava sotto l’influenza, non solo artistica, di Siena. In queste opere Simone conduce una ricerca sempre più raffinata di effetti di colore, di estrema preziosità. Dopo il 1321 è databile una tavola della “Madonna col Bambino”, attualmente nella Pinacoteca nazionale di Siena, proveniente dalla pieve di San Giovanni Battista a Lucignano d’Arbia. Una “Madonna col Bambino”, eseguita forse dalla sua bottega è oggi esposta nella sala d’arte San Giovanni a Castiglione d’Orcia, proveniente dalla chiesa di Santa Maria Maddalena dello stesso paese. Di periodo difficilmente individuabile sono gli affreschi con “Storie di San Martino”, nella cappella dedicata a questo santo, vescovo di Tours, nella basilica inferiore di San Francesco ad Assisi; Simone vi lavorò probabilmente in più riprese, forse tra il 1312 e il 1326. Gli affreschi rivelano un certo avvicinamento a Giotto di Bondone (1267-1337), anch’egli operoso ad Assisi, e sono eseguiti, pur entro i consueti schemi, con una sofisticata cura del particolare e con grande finezza di osservazione.

Di fama universale gode l’affresco del “Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi”, eseguito nel 1328 nella sala del Mappamondo del palazzo Pubblico di Siena. Guidoriccio da Fogliano (1290-1352) era un condottiero al soldo della Repubblica di Siena. Nell’affresco, mentre la giganteggiante immagine del Guidoriccio ci dà la misura delle possibilità di Simone come ritrattista, sullo sfondo viene introdotto un elemento nuovo, il paesaggio sintetizzato e idealizzato su base e intonazioni reali. Il rapporto fra la figura del condottiero e il paesaggio non si fonda su una impostazione spaziale, ma è puramente ritmico e spirituale, tale da conferire alla scena un tono di altissima astrazione lirica. Vari studiosi hanno perfino notato, nell’affresco del “Guidoriccio”, come del resto in altre composizioni di vari artisti senesi, una misteriosa componente estremo-orientale, latente nella pittura. Ciò potrebbe essere giustificato dal fatto che Siena conosceva abbastanza bene i riflessi artistico-culturali cinesi ed estremo-orientali in genere, soprattutto tramite i viaggi di vari suoi cittadini.

Ma le sorprese relative al celebre capolavoro non sono terminate! In tempi recenti è venuto alla luce, nella parte della parete sottostante l’affresco in questione, un nuovo affresco di squisita fattura, finora nascosto da uno strato di intonaco, e forse anch’esso rappresentante il “Guidoriccio”, seppure in diverso atteggiamento. Questa scoperta ha dato il via ad un vivacissimo dibattito tra gli studiosi d’arte, alcuni dei quali mettono anche in dubbio l’attribuzione a Simone del “Guidoriccio” finora noto, riconoscendo invece, con maggiore probabilità, al maestro l’affresco successivamente rinvenuto. Il “Guidoriccio”, quindi, potrebbe altro non essere che uno “splendido falso” (forse un rifacimento quattrocentesco); la questione è ancora aperta ed in corso di approfondimento. Tuttavia, qualunque sia la conclusione a cui arriveranno gli esperti, quel che è certo è che, sulla stessa parete del palazzo Pubblico di Siena, si trovano due grandi capolavori dell’arte pittorica italiana.

Per tornare ad opere di sicura attribuzione, è da citare la bellissima tavola con il “Beato Agostino Novello e quattro suoi miracoli” nella chiesa di Sant’Agostino a Siena, databile a poco dopo il 1328; il Beato Agostino Novello (1240-1309) era stato un religioso nato in Sicilia, ma vissuto e morto a Siena. In questa tavola è presente un sottile e poetico ritmo impresso alla narrazione, sviluppantesi in un mobile e complesso ambito spaziale. Nella tavola della “Annunciazione fra i Santi Ansano e Margherita”, eseguita nel 1333, con la collaborazione del cognato Lippo Memmi (1291-1356), per l’altare di Sant’Ansano del duomo di Siena, ed attualmente conservata presso la galleria degli Uffizi a Firenze, Simone raggiunge il massimo dell’eleganza, a un tempo moderna e astrattamente religiosa.

Dopo aver eseguito varie altre opere, in Siena e in altre città, molte delle quali sono conservate in diversi musei d’Europa e d’America, nel 1339 il Martini, su invito di papa Benedetto XII (1285-1342), in compagnia del fratello Donato e della moglie Giovanna, si trasferì ad Avignone, per rendere ancora più splendida la corte pontificia, insieme ad un nutrito gruppo di altri artisti senesi, che contribuirono a fare della città francese il centro di origine di una nuova cultura, diffusasi poi in tutti i paesi. Ad Avignone il Martini fu pittore ufficiale di Benedetto XII e svolse un’attività intensissima, soprattutto per i cardinali italiani, anche se ben poco ci rimane della sua produzione; sappiamo, tra l’altro, che ebbe l’amicizia e la stima di Francesco Petrarca (1304-1374), che gli dedicò due bellissimi sonetti in segno di ammirazione per un ritratto di Laura, purtroppo perduto, che Simone aveva eseguito per lui (Ma certo il mio Simon fu in paradiso, / onde questa gentil donna si parte; / ivi la vide e la ritrasse in carte, / per far fede quaggiù del suo bel viso…”). Tra le più tarde opere eseguite da Simone, sono da ricordare ancora: le miniature attualmente nella biblioteca Ambrosiana di Milano (1340); la tavola della “Deposizione dalla croce” nel Musée Royal des beax arts di Anversa, parte di un polittico smembrato, di cui gli altri frammenti si conservano al Louvre di Parigi e nella Gemaldegalerie di Berlino; la tavola della “Sacra famiglia” (1342) attualmente nella Walker art gallery di Liverpool, nella quale, al purissimo e sempre più intenso colore,si accompagna un desiderio nuovo di esprimere la drammaticità delle azioni e dei sentimenti. Il soggiorno avignonese di Simone maturerà nuovi indirizzi della pittura e della miniatura, non solo francese, ma europea, e non per caso si parlerà poi di gotico internazionale: da Parigi alla Catalogna, dalle Fiandre alla Boemia, ovunque arrivarono i riflessi delle novità imposte dal suo raffinatissimo genio. Il 30 giugno 1344 il pittore, che non aveva figli, dettava testamento, a favore della moglie e degli amati nipoti, figli del fratello Donato. Simone Martini morì ad Avignone il 9 luglio 1344. La salma fu traslata a Siena, dove ebbe esequie solenni nella basilica di San Domenico e nella chiesa dello spedale di Santa Maria della Scala.

Senio Ghibellini

 
© 2008 impegnopersiena