Paolo Cesarini, scrittore e giornalista di valore, una vita avventurosa PDF Stampa E-mail
Lunedì 28 Novembre 2016 20:20

Come scrittore, Paolo Cesarini è stato probabilmente il più grande senese del ‘900, insieme a Federico Tozzi. Come giornalista, figura fra i senesi da ricordare del XX secolo, insieme ai vari Mino Maccari, Romano Bilenchi, Silvio Gigli, Luigi Bonelli, insieme anche all’oriundo senese Giuseppe Prezzolini.

La vita di Cesarini è stata un film, con attori tutti o quasi i protagonisti della vita culturale, letteraria e politica del Novecento italiano. Una vita piena, la sua, densa di esperienze diverse, eppure filtrata da una intelligenza acuta e disincantata, che tutte le ha sintetizzate e profondamente umanizzate. L’ultimo Cesarini, quello bonario che i senesi ricordano al negozio Lombardi davanti alla Costarella, era un uomo ricolmo di esperienza e saggezza, non disgiunta da una punta di amara ironia, bene espressa da quel sorrisetto sornione che traspare in alcune foto rimaste.

Paolo Cesarini era nato a Siena, nella Tartuca, il 21 settembre 1911. Morì a 74 anni, il 15 novembre 1985, in seguito ad un repentino attacco cardiaco. Ripercorrere le tappe della sua attività di scrittore e giornalista non sarebbe cosa breve. Qui basterà qualche “pennellata”.

 

 

In gioventù Cesarini collaborò al “Telegrafo”, e dedicò ricerche ad illustri concittadini quali Girolamo Gigli, Claudio Tolomei e Federico Tozzi. Poi collaborò al mitico periodico “Il Selvaggio” di Mino Maccari e Angiolo Bencini, e fu nell’ambiente del cosiddetto “fascismo di sinistra”, grande amico e collaboratore anche di Romano Bilenchi. E Cesarini, nei suoi scritti, ha raccontato tutto con assoluta sincerità, anche i dettagli, anche gli stati d’animo, senza giocare a nascondino, come tanti, su interi e prolungati segmenti della propria esistenza. Traspare, certo, un riso sottile per certe ingenuità giovanili, che furono non solo sue, ma di una intera generazione di intellettuali italiani. Uno stato d’animo al quale Cesarini avrà tante volte ripensato nei suoi anni senili, vissuti da libero pensatore.

L’amicizia con Bilenchi è descritta magistralmente, fino a parlare degli argomenti di conversazione, tanto che questi ricordi costituiscono oggi un documento, per capire anche sentimenti e motivi di adesione, sia pure critica, di tanti giovani intellettuali ad una politica che all’inizio prometteva di cambiare il mondo. Bilenchi, per Cesarini, fu il tramite per Mino Maccari. E proprio Maccari era, per Paolo Cesarini, il profeta di una Italia “impossibile”, ma all’epoca piena di suggestioni. Paolo Cesarini, in particolare nelle sue splendide biografie di Maccari e di Tozzi, ha raccontato tutto - del resto era questo il suo stile - in punta di penna, le tragedie e le frivolezze, facendoci ricordare che la storia, anche la grande storia, è pur sempre fatta dagli uomini, con le loro debolezze, gli errori, gli orrori, i ripensamenti, gli slanci emotivi. L’amicizia con Bilenchi, fatta di lunghe conversazioni, passeggiate, sogni, veniva descritta da Cesarini in profondità: “Quei discorsi avevano per temi la politica e la letteratura; ma di più la politica, che per noi doveva entrare anche nell’arte. Eravamo molto fascisti. Romano aveva addirittura la tessera, invidiatissima, del 1922, di quando aveva appena 13 anni, io credo del ’26 o ’27. Ci consideravamo anzi esemplarmente fascisti soprattutto perché, secondo noi, le gerarchie tradivano la rivoluzione, annacquando via via che si andava avanti nel tempo quel tanto di socialismo che era nei programmi e che Romano, essendo cresciuto a Colle in mezzo agli operai sentiva con calore sentimentale”.

Dal 1937 al 1959 Cesarini fu fuori Siena, tutto preso dall’attività giornalistica. L’esperienza più caratterizzante è quella a Torino, dove per tanti anni è redattore e inviato speciale di punta de La Gazzetta del Popolo. Ma nel corso degli anni sono da annotare anche le collaborazioni con altre testate, quotidiane e periodiche: La Stampa, La Nazione, Il Messaggero, L’Universale, L’Orto, Lo Smeraldo, Omnibus, fino a Il Nuovo Campo di Siena.

Frattanto, e siamo sempre negli anni giovanili, gli eventi storici italiani lo trovano pienamente coinvolto. Partecipa alla guerra d’Etiopia, dove viene ferito gravemente ad una gamba (e mutilato), nella battaglia dello Scirè (1936), e quindi decorato con medaglia d’argento al valor militare. Al suo ritorno a Siena, un settimanale politico locale, nel maggio 1938, lo presentava come un valoroso reduce di guerra. Su questa esperienza Cesarini scrisse il volume “Un uomo in mare” (1937), per il quale ricevette premi ed elogi. Questo volume ricevette fra l’altro il Premio Firenze, la cui giurìa era composta da Paolo Venerosi Pesciolini (presidente del premio e podestà di Firenze), Arrigo Solmi, Giuseppe Bottai, Dino Alfieri, Filippo Tommaso Marinetti, Ugo Ojetti, Giovanni Papini, Arrigo Serpieri, Ricciardo Ricciardi Pollini, il senese Luigi Bonelli, Guelfo Civinini e Umberto Torrini. Frattanto era stata pubblicata (1935) una prima biografia di Federico Tozzi, scrittore concittadino che lo interesserà per tutta la vita, perché costituiva per lui il modello per capire le contraddizioni di una certa Siena nascosta, ignota ai cultori della retorica.

Scoppia poi la seconda guerra mondiale, dopo alterne vicende l’esercito italiano occupa la Grecia, e nel settembre 1941 Paolo Cesarini viene nominato direttore de Il Giornale di Roma, che cominciava le pubblicazioni in Atene, ed era destinato principalmente agli occupanti italiani in Grecia; Cesarini manterrà la carica fino al 5 agosto 1943. Poi Cesarini non aderì alla RSI, e nell’immediato dopoguerra fu subito reintegrato fra i giornalisti. A proposito del rapporto con Mussolini, Paolo Cesarini ha lasciato un “tragicomico” racconto del suo incontro con il duce a palazzo Venezia. Ed a proposito del passaggio del fronte da Siena, Cesarini scrisse che “i senesi fecero una cosa che passerà alla storia: né più né meno riuscirono a convincere i tedeschi a non traversare più la città con arnesi di guerra e in pacifico accordo murarono le porte di Siena”.

Durante gli anni della guerra Cesarini scrive altri libri (“Viaggio in diligenza”, 1940; “Mohamed divorzia”, 1944). Ed altri volumi, di argomento diversissimo, ma di buon successo, li pubblicherà negli anni post-bellici. Senza fare un lungo elenco, sono almeno da citare “Donne fredde e donne calde” (1946), due opere per ragazzi, “Il gigante Bongodò” (1950) e “Appena nato” (1952), ed ancora una biografia della regina Elena di Montenegro (1953), per tornare poi agli argomenti senesi con “Il Palio” (1960). Nel 1959 Paolo Cesarini, alla morte del padre, ritorna a Siena, per condurre il negozio di famiglia, cioè il negozio “Lombardi” davanti alla Costarella, specializzato in oggetti artistici, e prende parte operosa alla vita cittadina: è attivo nella Accademia dei Rozzi, nella sua amata contrada della Tartuca, si impegna nelle associazioni del libero pensiero.

Di assoluto valore è il suo “Italiani cacciate il tiranno ovvero Maccari e dintorni” (1978), un vero affresco dell’Italia fra le due guerre, fra l’altro denso di aneddoti divertentissimi, oltre che illuminanti per conoscere meglio tanti personaggi e protagonisti dell’Italia del primo ‘900.

Ancora, assolutamente godibile, oltre che interessante, è la seconda e definitiva - probabilmente, definitiva in tutti i sensi - biografia di Federico Tozzi, “Tutti gli anni di Tozzi” (1982). E’ questo un volume denso di notizie, episodi, aneddoti conosciuti e vissuti, preziosi per capire l’humus culturale in cui certi avvenimenti politici e sociali sono maturati. Vi sono narrate tante piccole e incredibili curiosità, apparentemente solo dei dettagli, che però meritano di entrare nella storia, almeno in quella di periferia. Esempi? Uno solo, citando direttamente dal testo. Il momento descritto è quello dopo la morte di Tozzi, avvenuta in Roma, nel 1920, con la salma dello scrittore che venne trasportata con il treno a Siena per il funerale solenne. Scrive Cesarini: “Quando arrivò il treno e scesero Vergani e Anfuso, subito stretti nell’abbraccio disperato di Giuliotti, si scoprì che il vagone con il feretro non c’era. Fu ritrovato telegraficamente a Chiusi, dove invece di agganciarlo al convoglio per Siena l’avevano messo per errore in deposito; quindi il funerale fu dovuto rimandare al treno successivo”. Macabro, forse. Ma raccontato con un riso amaro che fa riflettere.

Negli ultimi anni, Paolo Cesarini cedette alle pressioni degli amici senesi - Carlo Fini, Attilio Lolini, Paolo Maccherini, Roberto Franchi - e dette alle stampe altri lavori, sempre acuti e interessanti, fra cui sono da ricordare “Avventure ritrovate” (1983) e particolarmente “Il senese indiscreto” (1984). Infine, sono da citare quaranta cartelle sullo scultore contadino Alberto Sani, genio sorgivo e autodidatta dell’arte senese, pubblicate postume nel 1997 (“Se i magazzini del Sale si ricordassero del Sani - scriveva Cesarini - il mio scritto verrà a proposito”).

Di Paolo Cesarini hanno scritto Romano Bilenchi, Vasco Pratolini, Domenico Giuliotti, Indro Montanelli, Leonardo Sciascia, Geno Pampaloni ed altri illustri autori e giornalisti. Nel 1975 lo scrittore ricevette dalla sua città il Mangia d’oro per i suoi meriti letterari. L’amministrazione provinciale di Siena ha intitolato a Paolo Cesarini la propria sala stampa, nel corso di una cerimonia svoltasi il 21 ottobre 2004 in collaborazione con il Gruppo Stampa di Siena. L’Associazione Amici di Romano Bilenchi ha fatto stampare (2012) “Fogli di diario 1945-1946 di Paolo Cesarini”. Nel 2014 è uscito il volume di Francesco Donzellini su “Le passioni, il disincanto. Profilo e scritti di Paolo Cesarini”. Paolo Cesarini è stato, dunque, un senese da ricordare. Il suo busto bronzeo che ci guarda sul viale del Laterino è monito ai viventi, perché sappiano vivere in pienezza.

Senio Ghibellini

 
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