La grande battaglia del 1526: "Montaperti e Camullia son vittorie di casa mia" PDF Stampa E-mail
Domenica 22 Maggio 2016 13:31

Nel 1526 il potere in Siena era tenuto dai “libertini” o “popolari”, portatori di ideali, in rapporto ai tempi, marcatamente democratici, gelosi difensori dell’indipendenza senese e fierissimi avversari dei “noveschi” e di tutti coloro che fossero inclini ad accordi con altri stati che potessero far cadere la città sotto pericolose influenze; loro esponente forse più significativo era Mario Bandini.

Nello stesso tempo a Firenze erano al potere i Medici e a Roma siedeva sul soglio pontificio Clemente VII, al secolo Giulio dei Medici, uomo ambizioso, ma deluso in molte delle sue mire in politica internazionale, ed anche alle prese con gravissimi problemi quali il dilagare della riforma protestante. Clemente VII pensò allora di ricercare la sua rivincita nell’affermazione del prestigio e del potere della propria famiglia, e coltivò per questo il sogno di cancellare dalla carta geografica la Repubblica di Siena che, con il suo territorio economicamente e soprattutto strategicamente importante, avrebbe saldato una noiosa frattura lungo quella linea di potere mediceo che correva da Firenze a Roma. Per far questo, il pontefice manteneva segrete intelligenze coi Medici di Firenze e coi fuorusciti noveschi di Siena.

 

 

Consapevole del pericolo che la minacciava, la Repubblica di Siena inviò Giovanni Battista Palmieri, libertino di provata fede, in territorio pontificio, per svolgervi una delicata missione. Il Palmieri, fintosi esule da Siena e fuoruscito novesco, riuscì a farsi ammettere alla presenza del papa, col pretesto di fornirgli personalmente preziose informazioni, e riuscendo a conquistarne la completa fiducia. Il Palmieri venne così a conoscenza di molte importantissime notizie e dei nomi di molti cittadini che cospiravano all’interno di Siena. Ripartito in direzione della propria città, con la falsa promessa di fomentarvi la rivolta e sotto la scorta di due fidati agenti del pontefice, appena giuntovi, il Palmieri non perse tempo a smascherare i traditori e a denunciare tutto alla Balìa, che prese i necessari ed energici provvedimenti.

Furente per lo smacco subìto, il papa decise di ricorrere alla forza, ed inviò contro Siena un esercito di 600 cavalieri e 7.000 fanti, rafforzato da una formidabile artiglieria, sotto il comando del conte Virginio dell’Anguillara. Giunti sotto le mura di Siena, gli attaccanti furono rafforzati da 2.200 uomini delle milizie fiorentine, comandati da Roberto Pucci, nonché da numerosi fuorusciti senesi, tra i quali si trovava anche il noto chimico e mineralogista Vannoccio Biringuccio. I senesi potevano rispondere con soli 150 cavalieri guidati da Giulio Colonna, con una modesta artiglieria e con 6 compagnie di fanteria guidate da altrettanti capitani, tra i quali lo stesso Giovanni Battista Palmieri ed il valoroso Giovanni Maria Pini, che negli anni seguenti sarebbe stato stimato generale di fanteria al servizio di Venezia. Ma anche tutto il popolo senese era in armi e smanioso di combattere per difendere la propria libertà.

Come sempre, nel momento del pericolo, i senesi rinnovarono l’offerta della città alla Vergine, mentre, sul piano militare, impegnavano gli assedianti in una serie di logoranti scaramucce, e mentre la guarnigione di Monteriggioni tendeva numerose imboscate alle carovane di vettovagliamenti provenienti da Firenze.

Frattanto il popolo senese veniva infiammato dalla predicazione di Brandano, il celebre profeta straccione di Petroio, che incitava a resistere e a confidare nelle celesti protezioni della Civitas Virginis. Brandano fu profondamente avverso a Clemente VII, che considerava corrotto e nemico della sua patria, e contro di lui predicò a Siena, a Roma e altrove, riuscendo sempre a sfuggire miracolosamente alle ire del pontefice. Sembra che un giorno Clemente, mentre era in Orvieto, trovandosi per l’ennesima volta davanti a Brandano che incitava la folla a ribellarsi al papa, esclamasse: “Tolga Iddio che i senesi mi perseguano dappertutto!”.

Mentre la città era stretta d’assedio, all’interno di Siena c’era chi cospirava. Avvenne dunque che Lucio Aringhieri, cavaliere gerosolimitano e precettore della commenda di San Pietro alla Magione, con la complicità di Fabio di Cosma, parroco della medesima chiesa, si accordò con gli assalitori per farli penetrare nascostamente in città attraverso un corridoio scavato sotto le mura che terminava in un pozzo situato in un giardinetto nei pressi della Magione. Il progetto sarebbe forse andato a buon fine se il falegname al quale furono ordinate le lunghe scale per risalire il pozzo non si fosse insospettito; egli, da buon patriota, avvertì la Balìa, che non perse tempo nello smascherare i colpevoli, che tosto furono decapitati ed i cadaveri furono esposti al pubblico.

Ma la sorte della contesa non poteva che essere decisa sul campo di battaglia, e così fu. Venne dunque messo a punto un piano strategico per sorprendere il grosso dell’esercito nemico accampato fuori della porta Camollia che, ricordiamolo, si trovava leggermente spostata ad oriente di quella attuale disegnata da Alessandro Casolani nel 1604, dove ancora se ne vedono le tracce sul perimetro murario.

Il 25 luglio 1526 le milizie senesi si divisero quindi in due schiere che alle prime luci dell’alba dovevano operare una improvvisa sortita, l’una proprio dalla porta Camollia sotto la guida di Giovanni Maria Pini, l’altra dalla porta Fontebranda comandata da Alessandro Politi. Fu quest’ultima schiera che ingaggiò per prima battaglia contro le milizie di mercenari còrsi che proteggevano l’accampamento dal lato di Pescaia, all’altezza delle omonime fonti. I còrsi, pur presi alla sprovvista, combatterono fieramente. Fu a questo punto che si udirono i rintocchi della campana di San Domenico, cui fece eco quella di palazzo Pubblico, poi quella di tutte le chiese della città ed infine di tutte le chiese delle masse.

Spaventati da questo concerto dal vago sapore di mistero, i còrsi cominciarono a ritirarsi, e poi furono definitivamente sopraffatti dai senesi provenienti da porta Camollia.

Al segnale rispose anche la moltitudine del popolo in armi che attendeva all’interno delle mura e che con impeto irresistibile si gettò addosso al nemico, che era stato colto impreparato ed ancora insonnolito, seminando il panico più totale; i valorosi cavalieri di Giulio Colonna fecero il resto. La ritirata delle avanguardie nemiche coinvolse presto tutto l’accampamento in una precipitosa fuga, durante la quale i mediceo-pontifici lasciarono sul terreno un ricco bottino e quasi tutta la pesante artiglieria. Lo scontro continuò cruento ed i senesi inseguirono il nemico, facendone strage, fino al palazzo dei Diavoli; lo stesso comandante Virginio dell’Anguillara, sorpreso nel sonno, fu costretto, per porsi in salvo, ad una vergognosa fuga, seminudo, attraverso i campi.

Per i mediceo-pontifici fu la completa disfatta, mentre i senesi trionfanti, carichi di trofei e di gloria, tornarono in città, acclamati dalla folla, per recarsi a ringraziare  la Vergine. La vittoria consentì a Siena di mantenere ancora per lunghi anni la propria libertà, nonostante la sempre più pesante influenza spagnola, a differenza di quanto avvenne a Firenze, che dopo aver scacciato i Medici nel 1527 ed aver sperimentato una breve ed effimera parentesi repubblicana, cadrà, nel 1530, definitivamente sotto il tirannico giogo mediceo. Cosicché aveva ben ragione il cartaio Salvestro quando nella primavera del 1554, durante l’estrema difesa della libertà senese, così satireggiava contro gli odiati fiorentini:

 

“Tengon pazzi i senesi: e’ fiorentini,

come stan lor che li par esser savi?

Con le nostre pazzie siam libertini,

con le loro saviezze sonno stiavi”.

 

La vittoria di Camollia, comunque, al di là della portata storica, resta uno dei più fulgidi episodi della storia repubblicana senese, che ancora oggi ci rende orgogliosi di dire: “Montaperti e Camullia son vittorie di casa mia”.

Senio Ghibellini

 
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