Il chiostro di San Cristoforo, la chiesa, Provenzano, Dante, Cecco... PDF Stampa E-mail
Martedì 03 Maggio 2016 20:34

Il 2 settembre 1260 l’esercito fiorentino è accampato in Valdibiena e due tracotanti ambasciatori si presentano in San Cristoforo, al cospetto del magistrato dei ventiquattro, per chiedere la resa incondizionata di Siena. Restituzione dei fuorusciti, governo cittadino a discrezione dei fiorentini, costruzione di una fortezza in Camporegio, distruzione di alcuni tratti di mura per permettere il trionfale ingresso in città all’esercito guelfo che non voleva passare dalle porte: si chiedeva in pratica di rinunciare completamente alla libertà della patria e di umiliarsi oltre ogni tollerabile limite. In caso di resistenza, nessun rispetto avrebbero ottenuto né sesso, né età, né condizione. Una breve discussione, e poi la risposta non poteva essere che una, data dal più influente dei ventiquattro, Provenzano Salvani: “Dite a coloro che vi hanno mandati che il popolo senese risponderà in campo, con la viva voce”. Sappiamo poi come andò a finire due giorni dopo a Montaperti per i fiorentini: quelli scampati si pentirono certo amaramente di essere venuti in armi dalle parti di Siena. Ma il nostro Provenzano, pur godendo di un forte ascendente, non solo a Siena, ma su tutti i ghibellini di Toscana, non doveva essere poi così smanioso, come scriveva Dante, di “recar Siena alle sue mani”. Da un lato infatti i suoi interventi nel magistrato dei ventiquattro furono sempre autorevoli, ma rispettosi della suprema volontà dell’organo collegiale, dall’altro lato, nel 1261, appena un anno dopo essersi coperto di gloria nella memorabile giornata di Montaperti, seppe contentarsi i fare il podestà di Montepulciano.

 

 

Certo che i Salvani dovevano essere temuti, e anche odiati, a Siena, a giudicare da quello che successe dopo la fatale giornata di Colle, quando Provenzano fu ucciso nella mischia, la testa gli fu staccata dal corpo da Zanne Bertaldo, e l’antico rivale Cavolino Tolomei la infilò in cima ad una picca. I fuorusciti guelfi rientrarono in città e per prima cosa, manco a dirlo, bruciarono le case dei Salvani, che sorgevano sull’attuale via Sallustio Bandini. Con le pietre di questi palazzi fu costruito l’antiporto di Camollia. Logico che gran rovina si abbattesse sulla vicina e gloriosa chiesa di San Cristoforo, una delle più antiche e importanti di Siena, menzionata nei documenti fin dal 1087, e nel cui chiostro dal 1100 si radunava il consiglio generale della Repubblica. Ma il tempio sopravvive, perdendo solo in parte l’originaria struttura romanica che ne fa presagire la costruzione intorno al 1000. La Siena di pietra dei tempi di Montaperti si nasconde, ma non scompare del tutto. La volontà incrollabile di una giovane città in crescita e guerrafondaia lascia spazio all’eleganza delle nuove forme gotiche e al trionfo del cotto; è il tempo dei commerci e del benessere, delle grandi opere pubbliche e dei celebri monumenti. Ma la fioritura gotica, pure appariscente, è solo un mantello, che lascia intravedere all’occhio attento la primitiva struttura romanica di Siena. E San Cristoforo ne è un classico esempio.

Il tempio si mantiene importante anche nell’epoca nuova, e fu quasi certamente da lì che passò Dante, prima di recarsi ambasciatore del Comune di Firenze a San Gimignano nel 1300. E una curiosa tradizione vuole pure che Dante abbia salito quelle scalette sul lato destro della chiesa, all’inizio di via Cecco Angiolieri, sovrastate da un grazioso tabernacolo in terracotta policroma raffigurante la “Madonna col Bambino”, riconducibile alla cerchia di Jacopo della Quercia. Dall’anno successivo l’Alighieri visse esule da Firenze e se ne venne a Siena e nel territorio; una città, Siena, che egli doveva conoscere bene (come dimostreranno le tante citazioni “senesi” nella sua “Comedia”), avendone con ogni probabilità frequentato lo studio in gioventù, anche perché ai suoi tempi non esisteva ancora lo studio fiorentino.

Si rinnovava così indirettamente il contatto, invero assai vivace, con quel Cecco Angiolieri che Dante aveva conosciuto fin dalla guerra contro Arezzo del 1288 e che gli aveva indirizzato pungenti sonetti. Quello stesso Cecco Angiolieri che era nato in un palazzo vicinissimo a San Cristoforo, quel Cecco poeta comico-realista la cui volgarità nei versi era certo più il frutto voluto di un’analisi attenta della società del tempo, che non il prodotto di un animo triviale. A quel Cecco così terrestre, e così accesamente guelfo, il guelfo bianco in esilio Dante, quasi un “ghibellin fuggiasco”, il poeta elegante e ricercato delle madonne che esistevano solo nella fantasia, dovette apparire un fanatico sognatore. Cecco, economicamente in disgrazia, non trovò di meglio che rifugiarsi a Roma, centro del partito guelfo, presso il cardinale senese Riccardo Petroni. E Dante dovette certo punzecchiarlo, dall’alto della sua dirittura morale, per la sua vita da buffone di corte o quasi. Ma l’Alighieri, con la sua splendida ma utopistica teoria dei “due Soli”, fu anch’egli costretto a rifugiarsi nella ghibellina Verona sotto la protezione di Can Grande della Scala.

Dante Alighier, s’io son buon begolardo

Tu mi tien bene la lancia alle reni,

s’eo desno con altrui e tu vi ceni

s’eo mordo ‘l grasso e tu ne sug’il lardo…

 

Se eo cimo il panno e tu vi freghi il cardo,

s’eo gentil esco e tu messer t’avvieni;

s’eo son sboccato e tu poco t’affreni,

s’eo son fatto romano e tu lombardo…

 

Sì che, laudato Dio, rimproverare

Poco può l’uno l’altro di noi due:

sventura o poco senno cel fa fare.

 

E se di questo vuoi dicere piue,

Dant’Alighieri, io t’avrò a stancare,

ch’io so’ lo pungiglione, e tu se’ il bue.

Questo pungentissimo sonetto era la risposta di quel fegataccio di senese che fu Cecco Angiolieri.

Cecco morì a Roma nel 1312, e in quell’anno l’Inferno era già completamente scritto, altrimenti è da scommettere che il divino poeta un posticino per lui lo avrebbe trovato. Sembra che Cecco avesse sposato la fantesca, una certa Nuccia, chissà quante volta tradita con Becchina, l’anti-Beatrice per eccellenza. Cecco ebbe sei figli, due femmine e quattro maschi, fra cui Deo. La pietra sepolcrale di quest’ultimo la ritroviamo proprio nel chiostro di San Cristoforo, nella zona absidale della chiesa, ad altezza d’uomo. “Deo di Ciecho di Mise Angioliere” sta scritto sopra lo stemma di famiglia. Una minuscola lapide, una nullità in confronto ai grandi monumenti di cui è ricca la nostra città, eppure un piccolo importante segno, di quelli che ingigantiscono l’amore già grande per Siena.

Passano i secoli e San Cristoforo si rifà il trucco. E sulla sobria facciata settecentesca in cotto compaiono, scolpite da Giuseppe Silini, le belle statue di San Bernardo, celebre fondatore della congregazione degli olivetani, e della Beata Nera, entrambi appartenenti a quella famiglia Tolomei che nel dirimpettaio palazzo e nella omonima piazza aveva la propria residenza e il centro dei propri affari. Bernardo, ed altri 82 suoi fraticelli, morirono in Siena, durante la grande pestilenza del 1348, nella pietosa opera di assistenza agli appestati. La Beata Nera fu così chiamata perché nata il 12 maggio, giorno di San Nereo, nel 1230. Affidata in tenera età alle cure delle monache di San Prospero, fu prelevata dal monastero per essere maritata, ma ella oppose un netto rifiuto. Ricevette invece, dalle mani stesse del Beato Ambrogio Sansedoni, l’abito delle mantellate domenicane, e dopo una vita spesa per l’assistenza ai bisognosi e agli ammalati, morì il giorno di Natale del 1287 e fu sepolta in San Domenico.

Nella foto: la pietra sepolcrale di Deo di Cecco Angiolieri, nel chiostro di San Cristoforo.

Senio Ghibellini

 
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