Se troviamo la Diana... tremi l'Arno! PDF Stampa E-mail
Mercoledì 20 Aprile 2016 15:23

Nel canto XIII del Purgatorio babbo Dante mette in bocca all’invidiosa Sapìa la celebre descrizione dei suoi “propinqui” senesi:

 

Tu li vedrai tra quella gente vana

che spera in Talamone, e perderagli

più di speranza ch’a trovar la Diana;

ma più vi perderanno li ammiragli.

 

In effetti, al tempo di Dante, la ricerca della Diana era quanto mai febbrile in Siena e negli immediati dintorni, tanto che la Repubblica usava vari mezzi per incentivare i privati a tale impresa; l’Alighieri lo constatò certamente durante i suoi soggiorni nella nostra città, di cui frequentò probabilmente anche lo studio.

 

 

E’ pur vero che la carenza di acqua era da sempre il cronico motivo di debolezza della città nei confronti di Firenze, che poteva disporre dell’Arno; le acque senesi, pur sufficienti per gli usi domestici, erano scarse per le esigenze della produzione industriale, ed il problema si andava sempre più aggravando con l’impetuoso aumento demografico. Ma è anche vero che il notevole sviluppo che Siena riuscì comunque a conseguire fu dovuto essenzialmente alla costante e talvolta fortunata ricerca di falde acquifere, al loro artificiale trasporto in città a mezzo del meraviglioso sistema dei “bottini”, e al loro razionale sfruttamento presso le numerose fonti, cui venivano prestate costanti cure ed assidua sorveglianza. E’ certo che le fonti più antiche sono di origine etrusco-romana, e comunque pre-cristiana, ed è anche assodato che in epoca romana ai fiumi veniva frequentemente attribuita una personalità sacra. Il nome di acqua Diana ricorre infatti da tempi remotissimi, e d’altra parte la dea Diana era stata fatta oggetto in Siena di un autentico culto, ed in suo onore nella città sorgeva un’ara con una statua purtroppo perduta. Durante il medio evo la crescente necessità di acqua stimolava la fantasia e portava ad attribuire alle vecchie leggende il rango di verità assolute; si venne così a formare la diffusa convinzione che nel sottosuolo della città, a media profondità, scorresse un fiume, appunto quello anticamente dedicato alla dea Diana, e si prese a cercarlo un po’ dappertutto, dando anche lo spunto agli astiosi vicini per fin troppo facili dileggi.

In pratica, l’unico risultato concreto lo poterono ottenere i frati del Carmine nel 1176. Essendo in quel tempo assai diffusa la credenza che una vena della Diana scorresse proprio sotto Castelvecchio per andar poi a gettarsi nella Tressa, questi religiosi pensarono di scavare in cerca di quell’acqua che sarebbe stata così utile per il loro orto; alla profondità di sessanta braccia l’acqua cominciò davvero a sgorgare nel pozzo appena realizzato, e fu trovata di sapore buonissimo. E così quello che è ancora oggi noto come il pozzo della Diana lo possiamo ammirare proprio nel chiostro del Carmine. Ma a parte questo successo, molte furono le delusioni nella ricerca affannosa di altri rami del presunto fiume sotterraneo. La più cocente i senesi la conobbero quando scavarono addirittura dietro la chiesa del monastero di Vico; essi riempirono di terra la chiesa stessa fino al tetto (!), tanto che la costruzione finì per rovinare e distruggere anche un prezioso dipinto conservatovi; e così il Comune dovette pure pagare i danni alle monache di Vico!

Tutto ciò, però, non basta a giustificare la pungente ironia dell’Alighieri, che fu tra l’altro smentito anche dalla storia. Lo sviluppo del porto di Talamone, infatti, che egli prevedeva impossibile al pari del ritrovamento della Diana, dimostrò le capacità misconosciute della “gente vana”. La Repubblica di Siena puntava molto su Talamone, tanto che ne potenziò notevolmente le strutture portuali e curò la manutenzione della strada che raggiungeva questo centro attraversando la Maremma. E Talamone, poco dopo la metà del Trecento, conobbe un momento di notevole prosperità; la successiva decadenza fu dovuta essenzialmente a fattori politici e non certo tecnici. E’ evidente che Dante, quando parlava dei senesi, pensava sempre a “Lo strazio e ‘l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso”, e ciò gli impediva di ragionare con la consueta lucidità. E così sbagliò totalmente le sue ironiche previsioni su Talamone, ed in parte anche quelle sulla Diana, visto che, bene o male, il sistema dei “bottini”, una volta perfezionato, riuscì ad approvvigionare Siena di acqua in misura considerevole.

E poi chi l’ha detto che non siamo ancora in tempo a trovarla questa famosa Diana? Pensate che colpo se un bel giorno qualche speleologo o chi per lui annunciasse di averla trovata!... Arno trema! Bando agli scherzi. La Diana forse non la troveremo mai, ma è certo che continueremo a cercarla, se non altro dentro di noi. Sì, perché la Diana è ormai parte di noi, è una meta per raggiungere la quale viviamo una vita da “gente vana”, forse, ma che ci consente, strada facendo, di dissetarci alla fresca linfa dei nostri sogni, che ci consente, mirando sempre all’utopia, di essere molto spesso più concreti dei nostri denigratori, che ci consente perfino, qualche volta, di essere felici. Anche il divino poeta, in fondo, l’aveva capito. Ed anche a lui, come a tutti quelli che nei secoli ci hanno ritenuto “vani”, risponderemo in coro, e con intrinseca soddisfazione: “Siamo fatti così!... Caro Nappone!”.

Senio Ghibellini

 
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