La leggenda di San Cerbone, patrono di Massa Marittima PDF Stampa E-mail
Giovedì 14 Aprile 2016 09:08

Cerbone nacque nell’Africa settentrionale, nell’anno 493. Fu giovanissimo discepolo del santo arcivescovo Regolo, ma in quella regione si abbatté contro i cristiani la persecuzione di Trasamondo re dei Vandali. Per sfuggire a tanto flagello, nel 515, Regolo si imbarcò su un fragile legno, insieme ai discepoli Cerbone, Giusto, Clemente, Ottaviano e Felice. I sei profughi sbarcarono in Maremma, presso Populonia, si divisero e cominciarono a menar vita da eremiti. Populonia in quel tempo non era più la florida città che fece parte della dodecapoli etrusca; con le invasioni barbariche decadde l’industria mineraria e il porto nel golfo di Baratti si insabbiò. Dopo il 541 si abbatté nella zona la furia di Totila re dei goti che, avendo sconfitto i greci, poteva in quel momento ritenersi padrone della situazione in quasi tutta l’Italia. Cerbone nascose alcuni soldati romani, salvando loro la vita. Totila fece allora catturare Cerbone e lo condannò ad essere sbranato da ferocissimi orsi. Le belve, però, al cospetto del santo, si ammansirono improvvisamente e presero a lambire docilmente i suoi piedi. Totila, colpito da questo episodio, lasciò libero Cerbone. Quest’ultimo, guadagnatosi grande reputazione fra i superstiti abitanti della zona, fu eletto vescovo di Populonia.

 

 

Ma i guai non erano finiti. I fedeli furono contrariati dal fatto che Cerbone celebrava la messa nelle prime ore del mattino, denunciarono la cosa al papa Vigilio, e questi inviò due nunzi, citandolo a Roma. Durante il viaggio, i due accompagnatori furono colti da sete insaziabile; allora Cerbone chiamò due cerve, che si lasciarono mungere e col loro latte dissetarono i messi. Altri miracoli operò per strada il santo vescovo. Ciò doveva avvenire prima del 545, perché in quell’anno papa Vigilio, che regnò in uno dei periodi più drammatici della storia della Chiesa e fu pesantemente condizionato dall’imperatore bizantino Giustiniano I, fu costretto a lasciare Roma per soggiornare in oriente e finire poi i suoi giorni a Siracusa nel 555. Giunto dunque a Roma, Cerbone pensò di presentarsi al pontefice recando un’offerta; così, con un segno di croce, chiamò a sé un numeroso branco di oche che passava in volo, e con esse si recò dal papa. Vigilio, informato dei miracoli di Cerbone, lo ricevette in piedi e con tutti gli onori. Da allora, i pontefici hanno sempre ricevuto in piedi i vescovi di Populonia. Congedate le oche con un altro segno di croce, Cerbone svelò al papa perché celebrava la messa troppo presto. Invitato Vigilio ad assistere alla celebrazione, un coro di angeli intonò miracolosamente canti e musiche celesti, ed entrambi lo udivano distintamente. Era un segno della benevolenza divina che si ripeteva ad ogni messa e che Cerbone, per umiltà, voleva tenere nascosto agli altri. Il santo vescovo se ne tornò così a Populonia, dove visse molti anni, ma anche da qui dovette fuggire, perché nel 568 i longobardi, subentrati ai goti, riportarono il terrore; trovò riparo all’Elba. In quest’isola Cerbone morì, nel 575, fra le località di Poggio e Marciana, lasciando detto che avrebbe desiderato essere sepolto sulla costa di Populonia. I suoi discepoli riportarono dunque il corpo sul continente, e lo seppellirono vicino alle tombe etrusche, dove oggi sorge una cappella romanica. C’è nei pressi una fresca sorgente, detta fonte di San Cerbone, ed è ancora conosciuto il detto “chi non beve a San Cerbone è un ladro o un birbone”.

Passano gli anni e Populonia subisce la distruzione definitiva ad opera della flotta di Niceta Patrizio, generale dell’imperatore bizantino. Ciò avvenne al tempo in cui regnava Bernardo, un nipote di Carlo Magno; Bernardo fu re d’Italia dal 810 al 818. Dopo il 1100 i vescovi di Populonia trasferirono la loro sede a Massa Marittima, e al santo fu intitolata la splendida cattedrale che possiamo ancora ammirare. San Cerbone divenne il patrono di Massa Marittima, dove le sue ossa furono traslate. Ecco dunque che il ricordo del santo, legato a luoghi ai margini nord-occidentali del territorio senese, trovava il nuovo fulcro della sua perpetuazione nel cuore della Maremma, dove Siena faceva pienamente sentire la sua influenza politica e culturale. Sta di fatto che la leggenda di San Cerbone è stata per secoli molto conosciuta in tutto il territorio senese, e che il 10 ottobre, giorno in cui ricorre la sua festa, San Cerbone è ancora ricordato in vari luoghi a lui consacrati. E’ evidente che appunto di una leggenda si tratta, anche se la storicità del personaggio è fuori discussione. Ma in quei secoli oscuri delle invasioni barbariche, numerosissimi sono gli episodi in cui non è chiaro dove finisce la storia e dove comincia la leggenda. Di sicuro ci rimangono oggi le testimonianze artistiche, prima di tutto a Massa Marittima. Nella cattedrale di questa città è collocata infatti la marmorea arca di San Cerbone, nella quale sono custoditi i resti del santo. Essa fu realizzata nel 1324 dallo scultore senese Goro di Gregorio ed è un capolavoro dell’arte gotica italiana. L’arca, in marmo bianco, è a forma di cassa rettangolare con coperchio a quattro spioventi, sormontato da un blocco orizzontale finemente lavorato. I fianchi e il coperchio dell’arca sono decorati con bassorilievi raffiguranti “Storie di San Cerbone”, realizzati con squisita eleganza da Goro di Gregorio, e con raffinatezza degna della più grande oreficeria senese; è non è escluso infatti che Goro abbia esercitato anche quest’arte.

Nella stessa Siena, poi, esiste una tangibile testimonianza artistica di San Cerbone, nella collegiata di Santa Maria in Provenzano, al primo altare a destra dell’unica navata. Una grandiosa tela, dipinta nel 1630 da quel prestigioso pennello senese che fu Rutilio Manetti, raffigura “San Cerbone e papa Vigilio che ascoltano insieme il coro degli angeli”. Questo altare, non a caso, fu commissionato da monsignor Fabio Piccolomini, che era stato vescovo di Massa Marittima e Populonia dal 1615 al 1629.

Nella foto: la marmorea arca di San Cerbone, opera dello scultore senese Goro di Gregorio, conservata nella cattedrale di Massa Marittima.

Senio Ghibellini

 
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