Una nuova lettura dell’affresco del “Buongoverno” PDF Stampa E-mail
Domenica 24 Agosto 2014 14:52

Il sempre interessante supplemento culturale domenicale de Il Sole 24Ore dello scorso 17 agosto, reca un articolo di Gianluca Briguglia che a sua volta recensisce il libro “Conjurer la paure, Sienne, 1338. Essai sur la force politique des images”, dello studioso transalpino Patrick Boucheron. In quest’opera, non ancora  tradotta in italiano, viene condotta un’accurata analisi sulla simbologia e il significato politico del grande affresco “Allegoria del buono e del cattivo governo” del Lorenzetti, presente nel nostro palazzo Pubblico; un capolavoro che da secoli rappresenta a livello universale la storia, la cultura, potremmo dire l’essenza stessa di Siena.

Ma il Boucheron affaccia un’ipotesi innovativa e, a mio parere, molto intrigante sull’effettivo intento con il quale l’affresco fu commissionato e realizzato. La vulgata vuole vedere in esso l‘esibizione trionfante da parte della Repubblica Senese, al culmine del proprio splendore, delle proprie virtù civiche, della propria specificità di Stato “democratico”, quello dei “Nove” che aveva bandito gli aristocratici dal potere, forte e opulento, fondato su valori di equità, ordine condiviso, temperanza, pacificazione. In contrapposizione ai danni e alle miserie che può produrre la tirannide, già a Siena incarnata dalle consorterie nobiliari avide e in continuo conflitto tra loro.

 

 

Più recenti “riletture” dell’affresco (Schiera, Zorzi), avevano tuttavia evidenziato come l’elemento del “trionfo” resti estraneo ad esso, soffermando l’attenzione sulla famosissima figura femminile che allegorizza la pace, sul cui volto piuttosto che orgoglio o gioia leggiamo malinconia e riflessività. Da qui Boucheron, riferisce Briguglia, propone “...uno spostamento di prospettiva, inquadrando l’affresco non tanto come la traduzione di una teoria politica di stampo comunale e repubblicano… Ma nella concretezza delle urgenze e delle specificità degli anni in cui l’opera fu commissionata e realizzata. In seguito a gravi crisi finanziarie e creditizie, al generale deteriorarsi delle esperienze democratiche, all’avanzata di città concorrenti, al passaggio al regime signorile di molti comuni… nel 1338 Siena sente crescere la paura della tirannia come possibile opzione”.

L’intento della grande Allegoria lorenzettiana e novesca dunque non sarebbe quello della splendida auto-celebrazione della Repubblica, il suo trionfo; ma un monito, una sofferta messa in guardia rivolta al popolo rispetto ai rischi di quella tirannide che, in determinati momenti può sembrare un’efficace scorciatoia di fronte alle emergenze, ma che alla lunga impone prezzi sempre più elevati. Il monito non fu efficace: nel 1355 Siena, immiserita e indebolita dalla peste del ’48, si sarebbe di fatto sottomessa ad una signoria, avviandosi verso il proprio lento declino.

Ma a quel sapiente monito è bene guardare anche in un’epoca come l’attuale, anch’essa contrassegnata da una emergenza economica e sociale gravissima, nella quale si moltiplicano le suggestioni demagogiche che tentano di far leva sul diffuso malessere prospettando soluzioni facili per problemi formidabili.

 

 

A quel monito è bene guardino i senesi. La città di Lorenzetti sta vivendo gli effetti del cattivo governo: tutti quelli che furono i suoi punti di forza sono oggi fragili e, in una certa misura, non più suoi. I senesi hanno troppo a lungo delegato in toto la guida della loro città ad una classe dirigente che pareva essere in grado di offrire puntuale risposta a ogni loro problema. Ma alla fine i conti non sono tornati, perché il potere, anche se elettivo, quando, debilitando e/o manomettendo i fondamentali strumenti di partecipazione democratica, si pone al di sopra e al di fuori i ogni controllo, vaglio e giudizio, non può che incarnare l’incubo del cattivo governo e dunque la rovina.

In questa Siena che più di recente pareva avviata verso un promesso rinnovamento, ma nella quale si affollano pericolosamente segnali di ritorno a un passato che quindi sembra non essere più tale, lo sguardo della bellissima, bianca dama, raffigurante la pace ci invita a riflettere e, possibilmente, ad agire per il bene comune.

La bella dama soprattutto ci insegna che la Pace non è mai premessa, ma sempre  risultato del buon governo. E’ solo il lavoro di governo equo, estraneo a logiche di parte, votato agli interessi della collettività che può produrre pacificazione.

Fausto Tanzarella

 
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