Un capoluogo (per ora) che non deve pensare a diventare capitale, ma a fare cultura tutti i giorni PDF Stampa E-mail
Martedì 11 Settembre 2012 19:23

Magari posso sbagliare, ma voglio dirvi ciò che penso, in assoluta sincerità, in tema di cultura a Siena.

La capitale culturale. Personalmente, credo che sarebbe ora di finirla con questa storia della capitale culturale europea nel 2019. Ma quale capitale? Siena rischia, fra breve, di non essere neanche più capoluogo! E poi, è una storia di una tristezza infinita. Siena è stata una capitale culturale in quei secoli che il decadente pensiero dominante post-illuminista definisce “secoli bui”, e che invece furono secoli di dirompente progresso economico, sociale, perfino tecnico, ed appunto, culturale. Siena fu grande quando seppe essere città cosmopolita, aperta al transito, all’accoglienza, agli scambi mercantili, culturali e artistici, ed al tempo stesso fiera di una propria fortissima identità, plasmata nel connubio saldo fra una fede profonda, e vissuta come motore di sviluppo verso grandi mète ed ideali, e valori civili, con un radicato senso della comunità e delle regole.

Oggi, invece, abbiamo davanti una città prostrata sul piano economico, in crisi di identità, con accenni di disgregazione sul piano sociale, ed in fase iniziale di un prevedibile depauperamento anche demografico, visto l’invecchiamento della popolazione e che gli stessi immigrati non ancora stabilizzati hanno già cominciato ad andarsene.

 

 

E allora, con tutto il rispetto per il direttore di candidatura, per il comitato scientifico eccetera (fra l’altro, sempre con il massimo rispetto: si potrebbe conoscere il dettaglio delle cose fatte finora?), sarebbe il caso di stornare le risorse per la capitale culturale in altre direzioni, magari anche restando nell’ambito della cultura. E poi, è veramente umiliante il solo pensare di dover “fare domanda” per diventare temporaneamente “capitale”. Non sarà una carta da bollo in più che deciderà se Siena è o no città di cultura, e nemmeno in che misura essa lo sia. La vera soddisfazione si avrebbe solo quel giorno in cui proprio dall’Europa arrivasse un riconoscimento - non importa se non sarà un ruolo di “capitale” - alla città di Siena, per l’azione culturale che la stessa avrà saputo svolgere. Nel frattempo, ed aspettando quel giorno, se mai verrà, occorre cominciare a fare tutto il contrario di quello che ha fatto il “groviglio armonioso”, cominciare cioè, quotidianamente, a fare cultura.

 

 

Cosa significa fare cultura a Siena. Intanto bisogna avere almeno un’idea, una “visione” di quello che dovrebbe essere il Santa Maria della Scala, e poi mettersi all’opera. Con quello che si ha, senza meraviglie 2.0, e facendo i conti con le scarse risorse che il “Sistema” ha forse dimenticato in qualche fondo di barile, e magari attingendo a risorse nuove, finora non indagate, per esempio risorse appunto europee, ma anche sponsorizzazioni non ricercate, finalmente, solo fra le mura di casa. Al Santa Maria andrà ridata la forma giuridica adatta per operare, e cioè quella della istituzione (non della fondazione di partecipazione), poi andranno impiegate le risorse possibili, finanziarie ed umane, al servizio di un progetto, che contempli non solo l’esposizione, ma anche la produzione della cultura e dell’arte. Chiaro che, in questo quadro, andrà ripresa con lena la pratica del trasferimento della Pinacoteca al Santa Maria.

 

 

Ma non c’è solo il Santa Maria. C’è da dare un’attenzione assolutamente nuova al piccolo ma vivace mondo senese che si muove nel campo del teatro, delle arti figurative, degli audiovisivi, della musica, individuando spazi e soluzioni, incentivando, facendo accordi, convenzioni, mettendo a pieno regime l’attività dei due grandi teatri cittadini.

E poi l’azione quotidiana sul territorio: per la ripresa del cinema, del mercato del libro, per iniziative convegnistiche senza megalomanie ma con tanta qualità, per la messa in rete dei musei e per un sistema efficiente di biglietto cumulativo, per l’ottimizzazione della fruizione delle biblioteche. Ed ancora, per la messa in rete dei musei delle contrade, e la creazione di un museo del Palio che non sia ad essi alternativo o concorrenziale, ma complementare. Sfruttare la risorsa delle due Università è perfino banale, ma non inutile da ricordare.

Molto altro ci sarebbe da fare, ed in ogni caso non sarà certo possibile farlo né in un giorno, né forse in cinque anni. Ma certo c’è un trend da invertire. C’è da far riprendere slancio, fiducia, orgoglio ad una comunità abituata a vivere di modesto assistenzialismo, a contentarsi, sostanzialmente ad addormentarsi. Sveglia, c’è tanto da fare!

Marco Falorni

 
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