Santa Maria della Scala story: nel nome di una grande civiltà si uniscano le forze sane di Siena PDF Stampa E-mail
Venerdì 07 Settembre 2012 12:56

Fra tutti i disastri provocati dal “groviglio armonioso” alla città di Siena, il disastro del Santa Maria della Scala non è davvero il più grande, ma è sicuramente il più esemplare, in quanto paradigmatico di una classe dirigente che ha fallito completamente, e questa volta senza poter accampare scuse di nessun genere. La distruzione del Santa Maria non è imputabile né alla crisi nazionale né a quella internazionale, né all’euro né allo spread, né a Berlusconi né alla Merkel, né all’America né alla Cina, e finalmente neanche alle Liste Civiche. Il “sistema Siena” ha avuto tempo e risorse (solo dalla Fondazione MPS oltre 18 milioni di euro in circa dieci anni) per far decollare il Santa Maria della Scala, dunque la distruzione del grande progetto dell’antico Spedale è imputabile solo alla incapacità di una classe dirigente e politica senese, imperniata ovviamente sul PD, che dietro il paravento delle grandi aperture al mondo e delle belle parole ha messo a nudo solo il proprio gretto provincialismo, la propria autoreferenzialità, le proprie scelte di bassa “cucina”, e i risultati si sono visti: lo storico portone del Santa Maria ha rischiato di chiudersi, per molto tempo, se non fosse intervenuto all’ultimo secondo il commissario, non facendo ricorso a soldi di terzi, promessi ma non ancora stanziati, ma frugando fra le pieghe del predissestato bilancio comunale, e dirottando le mal riposte risorse per le baldorie di capodanno sulla continuità dell’apertura dello Spedale.

La cosa non è stata comunque indolore. Ci sono persone, decine di persone, che sono a casa, allontanati dal lavoro che facevano con passione e competenza, che sono in cassa integrazione, e quindi a carico dei cittadini, ci sono importanti ambienti del percorso museale non più visitabili, ci sono orari di visita agli ambienti “residui” comunque pesantemente ridotti. E questo mentre il “groviglio” continua a raccontare novelle sulla capitale europea della cultura. Dove sono le risorse per candidarsi seriamente a questo ruolo? Dove sono finiti i soldi di cui Siena poteva disporre? Perfino i cinema chiudono, in questo derelitto capoluogo (forse ancora per poco), così come chiudono le librerie, i musei, i teatri, le biblioteche. Grazie “groviglio”, grazie PD. E avete la faccia di chiedere l’anticipo delle elezioni già anticipate? Avete paura che qualche altro senese si svegli? Tranquilli, chi non si è ancora svegliato, non si sveglierà neanche con le cannonate!

 

 

Non è da ora che se ne parla, del Santa Maria della Scala. Già nel 1905 il giovane Fabio Bargagli Petrucci (“Come possono risorgere le città artistiche. L’esempio di Siena”) scriveva: “Se volessi far della poesia direi subito che con una sola spesa, quella di un nuovo ospedale tutto sarebbe accomodato e neppure i socialisti potrebbero gridare contro le spese inutili. I locali dell’antico Ospedale di Santa Maria della Scala, così vasti, così ariosi, così ornati di affreschi in ogni sala, sarebbero certamente sufficienti ad accogliere tutta la Pinacoteca e forse anche la Scuola d’Arte, mentre la Biblioteca potrebbe invadere pian piano anche tutto il palazzo dell’Istituto di Belle Arti e il Museo Civico formarsi nella sua sede naturale che è il palazzo della Signoria”. E proseguiva: “Invece nell’Ospedale di Santa Maria della Scala si è speso, credo, quasi mezzo milione in lavori di adattamento che per la scienza moderna non sono mai sufficienti e adatti e si continuerà ogni anno a profondervi inutilmente quel denaro che, raccolto in un sol blocco, sarebbe certamente bastato a fare uno spedale di sana pianta come si richiederebbe ai nostri giorni”.

Come si vede, il programma artistico e culturale per Siena era già fatto 107 anni fa. E invece siamo ancora al caro babbo, per esempio, per quanto riguarda il trasferimento della Pinacoteca al Santa Maria, con gli enti che si danno la colpa a vicenda: ma c’è qualcuno che abbia realmente preso a cuore la cosa? E intanto di quel progetto che già Bargagli Petrucci aveva intravisto con la ipotizzata presenza della scuola d’arte, cioè di quello dei laboratori artigiani, della formazione artistica, della “produzione” e non solo musealizzazione della cultura, delle attività commerciali in grado di produrre reddito e di autofinanziare tutto il complesso museale, non se ne vede ancora traccia. E non solo perché nessuno vi ha mai messo mano seriamente. Ma anche perché, nei lunghi anni delle vacche grasse, la classe dirigente cittadina non ha portato avanti i lavori di recupero di quegli enormi spazi che, non finiti, sono destinati a restare vuoti (ad oggi, mancano prevedibilmente all’appello dai 40 ai 50 milioni di euro per finire i lavori) e inutilizzati, ed oggi sono arrivati i tempi delle vacche magre, la mucca non dà più latte, e c’è da pensare all’essenziale, al sociale, alla sopravvivenza, alla salvezza del salvabile e niente più.

Se almeno si fosse puntato davvero sulle mostre di qualità e richiamo, di livello indiscutibilmente internazionale, quale fu quella su Duccio di Buoninsegna all’inizio degli anni Duemila, dopo la quale si sono avuti solo eventi di più limitato impatto, ed in qualche caso veramente modesti.

In verità fu negli anni ’90 che il progetto del Santa Maria ebbe una forte accelerazione, con l’approvazione del progetto Canali, e con la creazione della autonoma Istituzione Santa Maria della Scala. Ma dall’inizio del terzo millennio si è smesso di “credere” nel progetto, fino alla sciagurata decisione (contrastata da pochi, in consiglio comunale), nel 2007, di far ritornare il Santa Maria nella gestione diretta del Comune, di farne una sorta di ufficio comunale. E si sono visti i risultati.

 

 

La breve era Ceccuzzi ha rischiato di fare anche di peggio. Preso atto del fallimento della scelta del 2007, non si è pensato di ritornare alla Istituzione, come sarebbe stato saggio, investendovi adeguate risorse economiche ed umane, ma si è messo a punto un più che discutibile progetto di fondazione di partecipazione, forma giuridica che comporta una serie di rischi per il Comune.

Si è arrivati fino alla approvazione del relativo statuto da parte del consiglio comunale, avvenuta nella seduta del 20 marzo 2012, al termine di un dibattito al quale merita fare qualche cenno. Per farne una striminzita sintesi, sono costretto a chiedere licenza di introdurre qualche breve nota “autobiografica”.

Nell’occasione ebbi a contestare la forma giuridica della fondazione di partecipazione, per diversi motivi, per esempio, perché la stessa avrebbe allentato il controllo sul Santa Maria da parte del consiglio comunale, e per esso da parte dei cittadini ivi rappresentati. Infatti, la forma della istituzione avrebbe almeno consentito di veder transitare annualmente dal consiglio comunale il bilancio dell’ente. Poi la scelta di coinvolgere nella fondazione una serie di altri soggetti istituzionali poteva essere foriera di vertenze di varia natura, e quella di coinvolgere i privati (peraltro, cosa grave, partendo senza averli individuati, a meno che non ci fosse un retropensiero sul solito Monte dei Paschi) poteva comportare rischi seri. Quando i privati arrivano, e pagano, poi vogliono anche comandare, e il destino di altri grandi enti cittadini in tal senso dovrebbe pure insegnare qualcosa. Con la forma della istituzione, invece, non sarebbe mai stata messa in discussione la proprietà comunale, ed allo stesso tempo sarebbe stato possibile stipulare convenzioni (con clausole e limiti ben precisi), sponsorizzazioni (con aziende di livello internazionale e progetti adeguati, da non ricercare solo fra le mura di casa), al termine delle quali il Comune avrebbe ripreso in mano pienamente le redini delle decisioni successive.

Inoltre, il testo dello statuto presentato in consiglio, nonostante alcuni miglioramenti apportati in sede di commissioni competenti, presentava diverse previsioni normative discutibili. Sorvolando su alcune di esse da ritenere di minore importanza, anche se non trascurabili, mi limiterò, a titolo di esempio, a ricordare gli emendamenti che avevo proposto formalmente all’approvazione dell’aula. Nella circostanza, dunque, proponevo di integrare lo statuto con le seguenti clausole: “che non possa far parte del consiglio di amministrazione e non possa ricoprire l’incarico di direttore generale chi nel corso di un procedimento penale ha riportato una condanna, ha patteggiato la pena o è stato rinviato a giudizio; chi ricopra o abbia ricoperto, negli ultimi 12 mesi, un incarico per conto del Comune di Siena, su nomina o designazione del sindaco o del consiglio comunale; chi ricopra, o abbia ricoperto, negli ultimi 12 mesi, un incarico nell’ambito degli organi direttivi all’interno di un partito politico”. Ognuno valuti come vuole queste clausole di garanzia. La valutazione della maggioranza consiliare e dello stesso sindaco Ceccuzzi fu comunque negativa. Infatti, posti in votazione, gli emendamenti da me presentati, furono respinti, con 21 voti contrari, 4 astenuti e solo 7 voti favorevoli (Corsi, De Risi, Falorni, Nannini, Senni, Staderini, Tucci). Successivamente, la delibera sullo statuto della fondazione di partecipazione venne a sua volta posta in votazione, ed approvata, con 22 voti favorevoli, 1 astenuto e 9 voti contrari (Corradi, Corsi, De Risi, Del Dottore, Falorni, Nannini, Manganelli, Staderini, Tucci). Poi, però, nei mesi seguenti, è intervenuta la crisi dell’amministrazione Ceccuzzi, e di conseguenza lo stop alla costituzione della fondazione di partecipazione per il Santa Maria. Da questo punto di vista, meglio così. La prossima amministrazione, qualunque essa sia, avrà il tempo di una ulteriore riflessione sulle scelte da compiere.

 

 

CONCLUSIONE. Il Santa Maria della Scala non è un monumento qualsiasi, uno dei tanti che Siena può vantare. Il Santa Maria della Scala è “IL” monumento, alla solidarietà e all’accoglienza, quella vera, non quella pelosa e interessata. Il Santa Maria della Scala ha vissuto il suo grande momento intorno e soprattutto dopo il primo giubileo del 1300, quale fondamentale tappa verso Roma (e non solo: anche verso, e da, Gerusalemme, Santiago de Compostela e gli altri grandi santuari mete di pellegrinaggi). Il Santa Maria della Scala ha rappresentato un approdo sicuro per i pellegrini, ma anche per i mercanti, un luogo di cura, anzi uno dei primi esempi al mondo di ospedale in senso moderno, ma di cura non solo del corpo ma anche dello spirito, un luogo di accoglienza e ospitalità (un ostello, o “ospitale”), una specie di “albergo”, un luogo di preghiera (con la fede vissuta anche come fattore di sviluppo, di aspirazione a cose grandi e grandi ideali), un luogo di scambi culturali, un motore economico per tutto il territorio, con la sua rete di grance e di ricoveri per gli ammassi dei cereali e prodotti agricoli in genere, un luogo di arte, perché il bello visibile doveva essere il naturale corollario del bello interiore proveniente dalla fede, un luogo di esemplare collaborazione fra autorità religiosa (arcivescovo) e civile (Comune).

Insomma, il Santa Maria della Scala è un esempio, a livello nazionale e forse mondiale, di come nei secoli in un posto chiamato Siena si è saputa fare assistenza, si è trasformata la sofferenza in momento di elevazione spirituale, si è saputo dare solidarietà diffusa, anche nel territorio, ed anche “all’estero”, oltre i confini della Repubblica Senese, si è saputo scambiare rapporti culturali e commerciali senza barriere.

Il Santa Maria della Scala è una dimostrazione fisica di come quei secoli basso medievali che il decadente pensiero dominante post-illuminista ha avuto la protervia di definire “secoli bui” siano stati in realtà secoli di dirompente progresso: sociale, culturale, economico e perfino tecnologico. Non solo. Neanche le guerre dell’epoca riuscivano ad interrompere la catena di contatti e di solidarietà che esistevano a largo raggio, in quanto generalmente canali preferenziali e zone franche continuavano ad esistere e ad ottenere rispetto negli scambi culturali, artistici ed in buona parte anche mercantili. Insomma, sono stati secoli che ancora oggi ci hanno dato una grande lezione di civiltà. Ed il Santa Maria della Scala, gloria di Siena, è stato l’emblema, fisico, tangibile, di questa civiltà, che in Toscana ha trovato una delle espressioni più vitali.

Non è neanche pensabile, oggi, che il Santa Maria della Scala possa essere svilito, o peggio chiuso. Chiunque vinca le prossime elezioni comunali dovrà avere un chiodo fisso: rilanciare il Santa Maria della Scala. Senza promesse miracolistiche, senza meraviglie 2.0, facendo con quello che si ha, ma facendolo con il buon senso e con l’amore, e con una visione finalmente cosmopolita, come quando Siena era grande per questo, perché era luogo di transito e di scambio da e per il mondo. Lasciate stare la capitale culturale europea. Siena non deve chiedere di esserlo nel 2019. Deve dimostrare di saperlo essere tutti i giorni. E la vera soddisfazione sarà quando l’Europa riconoscerà di avere in Siena una sua capitale, non quando una città prostrata e drammaticamente immiserita farà “domanda” di diventare temporaneamente capitale. Amore per Siena, conoscenza della storia per impostare il futuro, questo serve. Tutto il contrario di quello che ha fatto il “groviglio armonioso”. Le forze sane della città si uniscano, per il bene di Siena, non si lascino ingabbiare in categorie politiche ottocentesche, come la sinistra, la destra, il centro. Contano le idee, le persone, i sentimenti, l’onestà, l’affidabilità delle parole spese, l’impegno.

Marco Falorni - Impegno per Siena    

 
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