PD: un partito allo sbando, incapace di garantire un decente governo della città PDF Stampa E-mail
Archivio - Politica
Mercoledì 23 Maggio 2012 21:09

L’autorevole economista francese Jean Paul Fitoussi, nel saggio “La démocratie et le marché”, sostiene che “una struttura è democratica soltanto nella misura in cui è criticabile”. Ora, si dà il caso che, da noi, all’interno del partito dominante (PCI e successive incarnazioni) si sta applicando la legge del “o ti adegui, o ti caccio”.

Il dissenso è classificato “tradimento” e i dissenzienti sono trattati da reprobi, indegni di militare in una formazione politica dopo avere infranto il rapporto di lealtà, considerato “elemento imprescindibile ed essenziale per svolgere il ruolo di guida e presidio democratico del territorio che ha sempre contraddistinto l’operato del PD in città”.

Da questa prosa, usata dal PD comunale per espellere gli ingrati, si deducono due logiche conclusioni: il PD non è più un partito (e, forse, non lo è mai stato) ma una semplice società per azioni, nella quale l’azionista di maggioranza esilia l’azionista di minoranza, reo di non aver approvato il bilancio sociale.

 

 

Del resto, lo stesso azionista di minoranza (Monaci) si domanda se il ricorso a questi metodi antidemocratici non configuri il materializzarsi di “un contesto che più che politico sembra puzzare di processo staliniano, tentativo di epurazione per ammazzare il confronto democratico dentro un partito che ha il sapore di qualcosa oramai superato dalla Storia”.

Non so se la S maiuscola sia opera del dichiarante o del giornalista ma, a parte il linguaggio non proprio elevato nello stile e nel contenuto, questo che Monaci disegna non è proprio un orizzonte auspicabile per il governo della città.

Ma, dalla lettura di quel documento del PD comunale, si ricava un’altra conclusione: se, come si scrive, il partito ha sempre svolto un “ruolo di guida e presidio democratico del territorio”, questo significa che tutti gli accadimenti che, almeno negli ultimi quindici anni, si sono verificati sul territorio hanno sempre portato l’imprimatur del PD (o dei suoi antenati).

A questo punto, qualsiasi residuo dubbio sulla identificazione delle responsabilità politiche, anche se indirette, cui va addebitato il declino della città e delle sue più preziose istituzioni, può essere definitivamente dissipato. E questo si ricava facilmente analizzando, in dettaglio, le dichiarazioni dei due personaggi che emergono “senza se e senza ma” dalla palude del territorio politico senese: Franco Ceccuzzi e Alberto Monaci.

 

 

Perché, siamo sinceri: sono loro i  veri duellanti che si sfidano oramai da lungo tempo. Gli altri sono solo figure di contorno, che vanno dai “laudatores” di professione ai questuanti di turno in cerca di ambizioni da appagare. E confermano questa mia convinzione le loro foto che, oramai, appaiono nella cronaca della stampa senese.

Ma le stesse due foto (sempre Ceccuzzi e Monaci) appaiono in una intervista, rilasciata dal primo e apparsa sulla cronaca de La Nazione del 25 agosto 2000, a commento delle polemiche seguite alla bocciatura di Gabriello Mancini e alla nomina di Piero Ricci in Fondazione.

Secco, dice il cronista, il giudizio del segretario provinciale diessino Franco Ceccuzzi: “Nonostante il disegno di Alberto Monaci sia chiaro e tenda a portare il PPI fuori dal centrosinistra sia a livello locale sia a livello regionale, faremo di tutto perché la coalizione resti unita”.

Ma, da uno sguardo panoramico delle vicende che si sono susseguite nel corso dell’ultimo quindicennio, si rileva che l’unità della coalizione si fonda soltanto sulla tela di una permanente fatica negoziale diretta ad ottenere un equilibrio tra le postazioni di potere da dividersi tra i due azionisti: Mancini va alla Fondazione, Monaci fa il presidente del consiglio regionale, Ceccuzzi farà il deputato e poi il sindaco di Siena.

 

 

E così, tra continue scosse telluriche sempre faticosamente  riassorbite, lasciando i contendenti sull’1 a 1, siamo arrivati fino ad oggi, quando, dovendo rinnovare il consiglio di amministrazione del MPS, l’azionista di maggioranza ha pensato bene di fare il pieno, mascherandolo con la litania della “discontinuità”, a cui non crede oramai più nessuno, lasciando l’azionista di minoranza a “bocca asciutta”.

Da questo vero e proprio saccheggio delle posizioni di potere, l’esplosione delle reazioni dei presunti depredati e l’emergere impetuoso di un linguaggio che degrada il dibattito politico al livello, invero avvilente, della rissa.

Dalle rabbiose reazioni del sindaco, che si considera il bersaglio primario della contesa, affiora nitidamente, oltre alla diaspora tra i due azionisti, una vera guerra intestina all’interno dello stesso azionista di maggioranza (la galassia degli ex-PCI), che vede alcuni personaggi di spicco (ad esempio Ceccuzzi e Cenni) che si rinfacciano a vicenda la paternità degli errori commessi.

 

 

Ceccuzzi usa espressioni pesanti nei confronti del suo predecessore, compagno di partito e da lui, a suo tempo, insediato a palazzo Pubblico, quando afferma che la stagione degli errori andrà riletta, perché “coinvolge  tutta la classe dirigente (quindi, anche lui, o no?!), compreso un ex sindaco che manovra nell’ombra al sicuro di uno stipendio dorato”.

Ora, un partito nel quale i suoi dirigenti si trattano in questi termini, come dovremmo definirlo? E non è tutto, perché Ceccuzzi, di fatto, imputa allo stesso compagno-nemico la responsabilità dell’incauto acquisto di Antonveneta, dichiarando che fu proprio il sindaco di allora a “ostacolare altre operazioni”.

A dire il vero, in quel momento, sul mercato bancario erano rimasti solo gli scampoli, dopo la campagna acquisti condotta con particolare impegno da altre istituzioni bancarie concorrenti. Ce lo ricorda una nota di Massimo Mucchetti, apparsa sul Corriere della Sera del 4 maggio 2008.

“C’erano alternative?”, si domanda il giornalista, “Sì, ma a inizio 2006. Se avesse venduto al Sanpaolo Imi o a Intesa, la Fondazione oggi (naturalmente, allora, nel 2008, ndr) avrebbe un valore più alto da usare per la comunità. Ma l’orgoglio, il potere e le clientele di una piccola capitale hanno alimentato l’ansia del controllo. E questo costa a Siena non meno che al capitalismo privato delle scatole cinesi e dei patti di sindacato”.

Un giornale di sinistra, Il Manifesto (oggi in pericolo chiusura), salutava ironicamente l’evento con l’incipit del suo editoriale del 9 novembre 2007 con queste espressioni: “E’ nata ieri una grande banca democratica. Nel senso di Partito Democratico: l’azionista di riferimento sono i DS. La nuova banca nasce con l’acquisto da parte del MPS dell’Antonveneta”.

 

 

Un altro quotidiano autorevole (Il Sole 24Ore, 10 novembre 2007, ndr) inizia il suo editoriale così: “In ordine alfabetico: Francesco Gaetano Caltagirone, Fondazione MPS e Partito Democratico. Sono i tre protagonisti vincenti del blitz che ha portato la Banca a conquistare Antonveneta”. E, di seguito, aggiunge: “E’ però evidente che il guizzo del Monte risente del nuovo assetto del centro-sinistra e trae forza dall’affinità tra i dirigenti del gruppo bancario e il Partito Democratico”.

Potrei continuare nello sciorinare una imponente quantità di commenti che si muovono sulla stessa lunghezza d’onda: l’operazione (come la precedente con la Banca del Salento) rivela l’imprimatur del Partito Democratico. Allora, è inutile che i suoi dirigenti di allora, che poi sono gli stessi di oggi, continuino a rinfacciarsi la responsabilità dei disastri provocati, perché la matrice politica è ben accertata.

Alla fine, il cittadino non arruolato non può non domandarsi: questo partito che, nel recente passato, ha dimostrato falle così vistose proprio nello svolgere il suo preteso ruolo di “guida e presidio del territorio”, e che oggi si trova allo sbando, come può farsi garante del futuro della città e dell’intera comunità senese?

Emmebi

 
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