Il consiglio comunale ha toccato il livello più basso di democrazia PDF Stampa E-mail
Politica
Martedì 11 Aprile 2017 19:49

Il consiglio comunale di Siena ha un nuovo regolamento, punitivo per la minoranza, imposto ovviamente a colpi di maggioranza. Qui di seguito presento quelli che sono stati i miei interventi in aula su questo argomento. Posso aver fatto bene o sbagliato, non lo so, giudicatelo voi, ma questo è ciò che ho detto.

In primo luogo ho tentato, con una mozione d’ordine, di far rinviare l’atto: “Presento una mozione d’ordine: chiedo il rinvio di questa delibera. Magari sarà la dodicesima volta che si rinvia, si vede che ce ne vuole una in più. Perché è antiestetico che ci siano così tanti emendamenti, forse in contrasto fra loro. Non si può, in una delibera di questa delicatezza, in cui si parla del regolamento sul funzionamento del consiglio comunale, non sapere che cosa si vota. Perché di fatto non si sa che cosa si vota. Quindi chiedo il rinvio per l’ennesima volta in commissione. Poi, se l’accordo ci sarà bene, altrimenti non si possono e non si devono fare forzature su questo tema. Comunque in passato, su questo, l’accordo l’hanno sempre trovato, riguardate gli atti”. Messa in votazione, la mozione è stata respinta, con 11 voti favorevoli (tutta la minoranza presente), 16 voti contrari (tutta la maggioranza presente) e un astenuto (il presidente).

 

 

In secondo luogo, sul testo della delibera, ho pronunciato in aula il seguente intervento: “A differenza della capogruppo del PD, io ritengo che questa delibera, almeno sul piano strettamente politico, sia la più importante e la più delicata che possiamo discutere durante il mandato consiliare. E’ stato rilevato che è dal 26 ottobre che ne viene discusso in sede di commissione, e dopo tutti questi mesi, quando si arriva in aula ci sono ore di interruzione per limare gli accordi in maggioranza, e ci sono otto emendamenti, di cui cinque di maggioranza. Qui non si sa nemmeno che cosa si va a votare. Quando ci sarà il testo definitivo, probabilmente ci sarà qualche contraddizione. Tutto ciò è antiestetico, ma per la maggioranza è tutto regolare. Simone Vigni addirittura ha paventato, fra virgolette ha ‘minacciato’ di abolire interrogazioni e mozioni. Io non lo so dove avviene questo, può darsi che a Raqqa funzioni così, ma a Siena siamo abituati a un altro tipo di democrazia, anche fra avversari politici, anche tosti, ma siamo abituati a ben altro tipo di democrazia. Ed oggi si stanno raggiungendo i livelli più bassi di democrazia, almeno da quando seguo il consiglio comunale, cioè come consigliere dal 2001, ma prima come giornalista, e in maniera più assidua di come fanno oggi i colleghi, lo seguivo dal 1983. Quindi ho un po’ di esperienza su come funziona e su come funzionava questo consiglio comunale. Oggi si è raggiunto il punto più basso.

Una delibera di questa delicatezza non spetta portarla in aula al presidente. Mi dispiace che ora Mario Ronchi non sia presente in aula, perché le cose mi piace dirle vis à vis. Non spetta portarle al presidente neanche come consigliere comunale, perché se uno è presidente non se lo può scordare di essere presidente. Il presidente deve applicare al meglio possibile le regole che ci sono. Poi, se l’esperienza lo porta a intravedere qualche possibilità di miglioramento, magari lo può suggerire alla conferenza dei capigruppo, lo può suggerire a una parte del consiglio, ma una delibera così deve scaturire dal consiglio, non dal presidente. E non è una questione di poco conto. Non mi interessa se il Tuel glielo consente. Certamente non glielo consente il bon ton istituzionale, e sono sicuro che lui lo sa, il che è un’aggravante.

 

 

Come nacque questo regolamento? Salvo piccoli aggiustamenti, l’impianto di questo regolamento risale a circa trenta anni fa, e fu sostanzialmente scritto da un assessore, o assessora, non lo so, scusate ma non ho studiato il manuale, comunque era una donna di formazione culturale comunista, che aveva profondo il senso del rispetto della minoranza. Perché qui era in maggioranza, ma era un’eccezione, perché il partito comunista da sempre in Italia, almeno finché c’è stata la cortina di ferro, stava in minoranza. Quindi era sentito il senso del rispetto per la minoranza, ed il regolamento che all’epoca è venuto fuori, e che è sostanzialmente arrivato fino ad oggi, è un regolamento molto garantista nei confronti delle minoranze. Ora il regolamento viene stravolto e peggiorato. Ma finora come funzionava? Funzionava bene, perché quelli della prima repubblica, rispetto al dopo, andrebbero fatti santi subito. Allora il consiglio lo vedevo dal banco della stampa: gli interventi erano pochi e sintetici e il consiglio era molto più corto. Quindi il regolamento, che è sempre lo stesso, non è peggiorato, siamo noi che siamo peggiorati, e che dovremmo tornare ad avere il senso istituzionale che c’era nella prima repubblica.

Come è stato eletto presidente Mario Ronchi? Credo di avere una buona parte di responsabilità, perché dopo le elezioni del 2013, da me e da Eugenio Neri vennero Carolina Persi e Gianni Guazzi, e ci dissero: noi abbiamo un nome per la presidenza. Ci vuole l’accordo su queste cose, ci vuole sul presidente come sul regolamento consiliare. Ci proposero Mario Ronchi. Eugenio Neri era nuovo, non lo conosceva, e quindi parlai io, dicendo: è una brava persona, competente e ha condotto molto bene la commissione affari generali, è una proposta veramente apprezzabile. E Mario Ronchi è diventato presidente. Mai avrei immaginato che lui arrivasse a questa forzatura, di imporre a colpi di maggioranza, e addirittura con la sua sola firma come proponente, un cambiamento così delicato e fondamentale, non l’avrei mai creduto.

 

 

E ricordatevi che ogni compressione dei diritti delle minoranze, è una compressione irreversibile. Perché quando si danno più diritti alle minoranze, si può sempre tornare indietro, perché se la cosa non funziona ci sarà sempre una maggioranza che potrà dire: abbiamo sbagliato, torniamo indietro. Ma quando si comprimono i diritti delle minoranze, non si torna indietro, perché la maggioranza ovviamente gode perché ha meno problemi, manterrà sempre il cambiamento avvenuto, e se cambierà maggioranza, questa lo manterrà a maggior ragione. Guardate che cosa è successo in una città a noi vicina. A fine mandato la maggioranza, che aveva il vostro stesso colore politico, impose con un blitz il cambiamento del regolamento del consiglio comunale in senso peggiorativo e meno garantista per le minoranze. Poi è cambiata maggioranza, e quelli di prima vorrebbero tornare indietro. Ma non si cambia. Quando peggiorano le cose per la minoranza, è un cambiamento irreversibile, purtroppo il gioco funziona così.

Specifico che sono contrario anche a modifiche migliorative che ci possono essere nei vari emendamenti. Mi scuseranno i colleghi della minoranza se dico che sono comunque contrario anche ai loro emendamenti, perché qui non si tratta di salvare il salvabile, qui c’è un principio da difendere. Qui parliamo di aspetti fondamentali del regolamento, non si discute di parlare un minuto più o meno, si parla di aspetti fondamentali. Bisogna fare quindici riunioni della commissione, fino a che non si trovi un accordo, perché in passato è sempre avvenuto così. Se poi l’accordo non c’è, l’atto non deve arrivare in aula. Con questo regolamento, fino ad oggi ci siamo arrivati, gli atti sono stati approvati, e non si può andare a colpi di maggioranza a spregio della minoranza. E vi chiamate partito democratico? Complimenti! E ai vostri alleati fedeli, complimenti anche a loro! Poi magari, voi alleati siete pronti a distinguervi in vista delle elezioni, dicendo: no, ma noi siamo diversi. Ma dove siete diversi? Questo è l’atto fondamentale ed oggi condividete tutti la stessa responsabilità.

Io sono sinceramente indignato. E quindi protesto come posso. Perciò non intendo avvalorare nemmeno con una ulteriore presenza questo atto, che ritengo indegno della tradizione democratica di questo consesso, per cui al termine di questo mio intervento, me ne andrò. Tanto abbiamo visto già in occasione del voto sulla mia mozione d’ordine per chiedere il rinvio, come andrà il voto su questo atto. Questa triste e agonizzante litania non intendo viverla, ed intendo invece fare un gesto di protesta, non avvalorando il dibattito neanche con un no. Però ricordatevelo, il fatto è grave, e sarà irreversibile”.

Marco Falorni

Impegno per Siena

 
Il piano del traffico costerà 20 mila euro o 125 mila euro e “rotti”? PDF Stampa E-mail
Politica
Mercoledì 12 Aprile 2017 07:20

Il consigliere comunale Marco Falorni (Impegno per Siena)  ha presentato la seguente interrogazione in merito ai costi per il nuovo piano della mobilità e della sosta.

 

 

Premesso:

- Che il vigente piano del traffico risale al 2001;

- Che negli anni dal 2002 al 2008 il Comune di Siena ha ricevuto dalla Fondazione MPS 390 mila euro per finalità attinenti alla elaborazione del nuovo piano del traffico, che ancora, e siamo nel 2017,  non c’è;

Considerato:

- Che ad una precedente interrogazione dello scrivente, nel giugno 2016 l’assessore alla mobilità rispose in aula che, per la redazione del nuovo piano urbano del traffico, i costi fino ad allora sostenuti dalla attuale amministrazione ammontavano a 6.100 euro, riconducibili alla convenzione sottoscritta con il polo universitario sistemi logistici dell’ateneo pisano, l’unico in Toscana che si occupa di progettazione stradale;

- Che nella stessa risposta, l’assessore parlò di un gruppo di lavoro interno all’amministrazione comunale, precisando che la spesa finale complessiva non dovrebbe superare i 20 mila euro;

Appreso:

- Che la redazione del nuovo piano verrà affidata ad una ditta esterna tramite un bando, per la spesa complessiva di 125 mila euro;

CHIEDO al sindaco:

- A quanto ammonterà la spesa complessiva per la redazione del nuovo piano, tenuto conto di quanto già dichiarato dall’assessore competente nel giugno 2016 e del nuovo bando;

- Per quale motivo si è ritenuto che la polizia municipale ed il personale comunale non avessero le competenze sufficienti per redigere il nuovo piano”.

 
Lippo Vanni, miniatore e "mago" degli affreschi PDF Stampa E-mail
Croce del Travaglio
Martedì 04 Aprile 2017 19:27

Uno dei più dotati, nel campo della pittura, fra i senesi minori del secolo XIV, in particolare come affrescatore; trasse ispirazione da Simone Martini, e successivamente subì l’influenza anche dei Lorenzetti, soprattutto di Pietro, del quale è da considerare forse il seguace più completo e maturo.  La pittura di Lippo, apprezzabile soprattutto per il bel colore puro e per il sicuro e chiaro comporre, documenta lo sviluppo di una raffinata corrente artistica “metropolitana” in Siena nel periodo posteriore ai Lorenzetti.

Lippo ebbe anche incarichi pubblici, risiedé nel supremo magistrato nel 1352, e fece parte del governo dei dodici. Lippo di Vanni, nato a Siena nella prima parte del ‘300, nel periodo compreso fra il 1341 e il 1375, lavorò moltissimo in Siena e nel territorio circostante (fra l’altro a San Gimignano), e fu attivo anche a Roma e Napoli. Nel 1341 era già attivo a Siena come miniatore. Nel 1342 era a Napoli, dove dipinse il “Redentore benedicente” ora nel museo di Capodimonte e, per conto della regina d’Ungheria Elzbieta Lotietkowna (1300-1380), un trittico oggi conservato presso il museo di Coral Gables in Florida, negli Stati uniti. Tornato a Siena, lavorò ancora come miniatore per per lo spedale della Scala (1345), con i relativi lavori ora al museo dell’Opera del duomo di Siena. Nel 1352 eseguiva un affresco con la “Incoronazione della Vergine” nella sala della Biccherna del palazzo Pubblico, opera radicalmente rifatta da Sano di Pietro nel secolo successivo.

 

 

Altre opere di sicura attribuzione sono: la “Madonna col Bambino” (1355 circa) conservata nella Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia; il trittico con la “Madonna col Bambino fra i Santi Domenico e Aurea” nella chiesa dei Santi Domenico e Sisto a Roma (1358), opera datata e firmata: “Lippus Vanni de Senis me pinxit sub AD VCCCLVIII”; l’affresco con la “Annunciazione”, oggi quasi completamente perduto, per il del chiostro di San Domenico a Siena (1372); il grande affresco monocromo con la “Battaglia della Valdichiana” (1373) nella sala del Mappamondo del palazzo Pubblico di Siena, nel quale è ricordata la vittoria dell’esercito senese, comandato dal conte Giordano Orsini, sulla compagnia di ventura detta del Cappello, comandata dal conte Niccolò da Montefeltro (1310-1367), battaglia svoltasi appunto in Valdichiana nel 1363. Da ricordare che la compagnia del Cappello era formata da mercenari italiani, bretoni e tedeschi, e nel 1363, al servizio di Firenze, guerreggiò contro Siena e Pisa. Nella battaglia della Valdichiana, la compagnia fu sorpresa dall’improvvisa carica di 800 cavalieri senesi, che la misero in rotta, e catturarono 1.300 prigionieri, fra cui lo stesso Niccolò da Montefeltro.

Tornando a Lippo, egli nel 1372-74 realizzò il trittico con i “Santi Domenico, Pietro martire e Tommaso d’Aquino” oggi presso il museo Pio Cristiano in Vaticano. Altre opere attribuite a Lippo e conservate all’estero si trovano in Germania (Altenburg, Gottinga, Berlino), Francia (Tours) e Stati uniti (New York, galleria Walters a Baltimora).

La critica è oggi concorde nell’assegnare a Lippo anche un affresco, databile fra il sesto e il settimo decennio del secolo XIV, a forma di polittico con predella, nella cappella Martinozzi nella basilica di San Francesco a Siena, in cui è rappresentata la “Madonna col Bambino e quattro santi”; l’opera è purtroppo gravemente deteriorata, ma non in misura tale, soprattutto dopo i recenti restauri, da impedire di apprezzarne il valore, altissimo, per la squisita morbidezza dei chiaroscuri, la grazia soave delle figure e l’eleganza lineare. Il Vanni, nello stesso periodo, eseguì inoltre vari affreschi con “Storie della Vergine” nell’eremo di San Leonardo al Lago, presso Siena, fra cui sono da citare “La presentazione di Maria al tempio” e “Lo sposalizio di Maria”; in quest’opera, l’arte del Vanni raggiunge i suoi esiti più alti e significativi. Non si conosce la data di morte di Lippo.

Senio Ghibellini

 
Nomine in Fondazione MPS: l'incredibile risposta di Valentini PDF Stampa E-mail
Politica
Sabato 01 Aprile 2017 10:24

A pochi giorni dalle designazioni del sindaco per la Deputazione Generale di Fondazione MPS, nella seduta consiliare di martedì scorso, 28 marzo, Andrea Corsi (L’Alternativa) ha presentato un’interrogazione per conoscere “se sia stata accertata l’eventuale presenza di profili di incompatibilità o di conflitti di interesse con altri incarichi dirigenziali ricoperti in altri enti, a sua volta designati in altre fondazioni o enti di natura bancaria”.

Con il documento, sottoscritto anche dal collega di gruppo Massimo Bianchini, da Giuseppe Giordano (Movimento Civico Senese), Marco Falorni (Impegno per Siena), Alessandro Piccini e Maria Isabella Becchi (Nero su Bianco) e Pietro Staderini (Sena Civitas), il consigliere Corsi ha chiesto anche “se si è verificata l’esistenza di profili di incompatibilità o conflitti di interesse legati a progetti finanziati da Fondazione MPS che insistano nell’area metropolitana di Firenze”.

 

 

Il sindaco Bruno Valentini ha risposto che “in questo ambito le valutazioni di incompatibilità o di conflitto d’interessi avvengono ben tre volte. Innanzitutto tramite l’autodichiarazione di coloro che si candidano, i quali certificano, sotto la propria diretta responsabilità, l'insussistenza di questi requisiti di incompatibilità. Successivamente, ma comunque prima della designazione, l’avvocatura interna al Comune ha effettuato una specifica valutazione. Infine, c'è un terzo passaggio, che è quello della Fondazione MPS, al momento della trasformazione della designazione in vera e propria nomina effettiva”.

“Dalle prime due, che sono già avvenute - ha concluso il sindaco - non è emerso alcunché che prefigurasse elementi di incompatibilità. Attendiamo l’esito della verifica da parte di Fondazione MPS”.

Il consigliere Corsi si è dichiarato “particolarmente insoddisfatto della risposta liquidata con superficialità dal sindaco”. “L’autodichiarazione non è una forma di controllo - ha specificato - e, visto che ha designato in totale autonomia, sarebbe stata auspicabile una rassicurazione sulla bontà delle sue scelte. Questa poteva essere l’occasione giusta per entrare nel merito dei quesiti posti, in particolare su presunti conflitti d’interesse legati a progetti finanziati dalla Fondazione MPS che insistono nell’area metropolitana di Firenze”.

In conclusione, per Valentini l’autocertificazione è sufficiente per accertare l’assenza di incompatibilità, e semmai ci penserà la Fondazione a fare gli accertamenti. Forse bisogna ricordare al sindaco che i suoi predecessori, in fatto di nomine incompatibili in FMPS, ci hanno battuto la testa per ben due volte.

IPS

 
PD in stato confusionale, 5 Stelle peggio. Ora servono serietà e competenza PDF Stampa E-mail
Politica
Martedì 28 Marzo 2017 20:27

Ecco qualche notizia sul dibattito consiliare sulla Fondazione Monte dei Paschi, che ha occupato tutta la mattinata del consiglio del 28 marzo 2017. Partiamo dalla mozione che ha innescato la seduta, preparata dal Movimento 5 Stelle e firmata da ben nove consiglieri di minoranza, ma non dal sottoscritto. Si trattava, come ho detto in aula, di un documento sì di duro contrasto al malgoverno PD, ma anche contenente dei passaggi confusi sul piano giuridico, e forse anche pericolosi per la nostra comunità (leggi dubbi seri sul futuro della Fondazione, seguendo la ricetta cinquestellata). Insomma, un documento che gli stellati hanno scritto, o più probabilmente si sono fatti scrivere, ma in ogni caso scritto male, molto male, irricevibile per un consiglio comunale responsabile. Questo è tanto vero che anche i colleghi di minoranza che lo avevano firmato, poi si sono assentati dall’aula o non hanno partecipato al voto, tutti tranne uno, De Risi, che rappresenta l’associazione Pietraserena, ormai vicinissima al M5S. Risultato:  3 voti a favore e 18 contrari. Meglio così.

Sulla mozione sono stati presentati due ordini del giorno, uno del consigliere D’Onofrio e uno di Piccini e Becchi per Nero su Bianco. Il documento di D’Onofrio, per la verità, era scritto abbastanza bene, ma come ho detto annunciando la mia non partecipazione al voto, avrebbe avuto un senso nel primo anno di mandato consiliare, non certo nel quinto, quando la città ha già subìto i tradimenti delle promesse elettorali da parte del sindaco e gli schiaffi ricevuti dalla Fondazione. Sul voto le comiche. La maggioranza si è dimenticata di far ritirare il documento durante la fase della discussione. Io ho ricordato che il ritiro non poteva avvenire durante le dichiarazioni di voto, e così il PD è andato nel pallone: i piddini, allo sbando e senza guida, non hanno trovato di meglio che scappare in massa dall’aula per far mancare il numero legale. Esito del voto: 3 favorevoli e 7 astenuti (compreso D’Onofrio, sul suo documento!), e votazione annullata. Poi i piddini rientrano e si torna a votare con il numero legale: 5 favorevoli, 6 astenuti e 13 contrari (PD compreso), e ordine del giorno respinto. D’Onofrio non la prende bene e lascia l’aula visibilmente contrariato.

 

 

Veniamo all’ordine del giorno di Piccini e Becchi. Su questo documento si è avuta la convergenza, e non è certo la prima volta, da parte del PD. E infatti il documento è stato approvato, con 3 voti contrari e 19 favorevoli, venuti da PD, Siena Cambia, Piccini e Becchi, e inoltre Marzucchi e Staderini che si sono infiltrati sul carro apparentemente vincente. C’è da dire però che la corsa a votare insieme è venuta soprattutto dal PD, che evidentemente si trova disorientato, isolato, impaurito, disabituato a non essere il favorito unico e assoluto della prossima corsa elettorale. Nel mio intervento ho fatto notare che, avendo bocciato la mozione originaria, l’ordine del giorno approvato decade con essa. Ho anche ricordato al PD, visibilmente in ambasce, che è ormai in vista il momento della verità, quando dovranno scegliere se ripresentare o meno Valentini. Se lo faranno, dovranno spiegare perché ridanno fiducia ad un sindaco che ha tradito tutte le promesse, e che non considera neppure la sua maggioranza, come ha appena dimostrato nella vicenda delle designazioni in Fondazione. Se invece cacceranno Valentini, dovranno spiegare perché il loro sindaco non merita la riconferma, e soprattutto perché, se non meritava fiducia, lo hanno sostenuto per cinque anni.

Infine lo stesso sindaco Valentini, che da par suo non si è smentito. Ha annunciato all’aula solo nella coda del dibattito, in sede di dichiarazione di voto, e non all’inizio della seduta come avrebbe dovuto, che il livello della autonomia della Fondazione rispetto al Comune è proprio in questi giorni all’esame del MEF, il ministero dell’economia e finanza. Aver saputo subito questo, avrebbe in parte cambiato il tenore del dibattito, ma Valentini ha pensato bene di dirlo astutamente all’epilogo della mattinata, non smentendo il suo stile comportamentale.

Questo è il quadro. La maggioranza e l’amministrazione sono in stato confusionale, oltre che da sempre incapaci di governare, ed è più che mai urgente mandarli a casa. Ma l’alternativa deve essere credibile e di governo, competente, e non deve portare in aula atti irricevibili. Insomma, dopo 74 anni di PD, l’alternativa non può essere il Movimento 5 Stelle, altrimenti per questa strapazzata città sarebbe la fine. La situazione è grave, e richiede competenza, serietà, affidabilità, e non sparate a vuoto.

Marco Falorni

Impegno per Siena

 
Matteino di Mensano guidò il popolo senese, e fece scappare l'imperatore Carlo IV PDF Stampa E-mail
Croce del Travaglio
Venerdì 31 Marzo 2017 17:14

Matteino di Mensano, nato appunto a Mensano presso Casole d’Elsa, è ricordato per l’abilità e la decisione che seppe dimostrare nel 1369, mentre era capitano del popolo a Siena. Nel gennaio di quell’anno si trovava ospite nella città l’imperatore Carlo IV di Boemia (1316-1378), con al seguito la sua robusta scorta militare. Gli oppositori del governo senese in carica - che era il nuovo governo dei Riformatori, che al suo interno aveva fatto rientrare anche i noveschi -, facenti capo a diverse importanti famiglie, come i Salimbeni e i Malavolti, e a sostenitori dei Dodici, consigliarono allora l’imperatore a porre una serie di durissime condizioni alla Repubblica di Siena, al fine di creare quel disordine sociale e politico che avrebbe permesso loro di riprendere più facilmente il potere, anche avvalendosi di diverse truppe mercenarie allo scopo assoldate.

 

 

Carlo pensò che quella poteva essere una buona occasione per vanificare gran parte delle libertà repubblicane, e per ridurre la città e il territorio senese sotto il suo pressoché diretto controllo. Egli intimò così al governo di Siena di cedergli le roccaforti di Massa Marittima, Montalcino, Talamone, Casole e Grosseto, di mutare la stessa forma di governo e di versare pesanti tributi. Fu riunito il consiglio generale e la proposta fu messa ai voti degli 869 cittadini presenti. Ben 721, su proposta del popolare Scotto di Minuccio, votarono contro la richiesta dell’imperatore. Frattanto i soldati imperiali erano scesi in piazza del Campo e da parte degli oppositori del governo si chiedeva anche che l’imperatore fosse ospitato a risiedere temporaneamente nel palazzo Pubblico. Era il 18 gennaio, e immediatamente scoppiarono i disordini fomentati dai cospiratori.

Il capitano del popolo Matteino di Mensano ricevette l’ordine di riprendere ad ogni costo il controllo della città. In pochissimo tempo egli seppe organizzare la parte migliore del popolo senese e passò decisamente all’offensiva. Di fronte al grave pericolo, la maggioranza dei senesi si sollevò come un sol uomo. Lo scontro cruento, cominciato nel Campo, avvenne poi soprattutto nei pressi della croce del Travaglio e, in breve, la scorta imperiale e i ribelli furono messi in rovinosa fuga. Lo stesso imperatore, sottratto alla folla inferocita, riuscì a stento a trovare scampo nel castellare dei Salimbeni, e poi in quello dei Malavolti, dove rimase assediato per alcuni giorni.

Il 25 gennaio 1369, il governo di Siena, pago dello smacco che aveva fatto subire a Carlo IV, gli concesse salva la vita, gli restituì i prigionieri, e gli fece alcune particolari concessioni. Lo stesso giorno, l’umiliato imperatore abbandonò la città, ma non prima di aver denunciato alla Balìa un tal Francesco Bartali, che era stato il suo malaccorto consigliere per fomentare la rivolta. Il Bartali venne arrestato e successivamente condannato a morte. Abbandonato dai baroni, e scortato da un modesto drappello di soldati a cui erano stati restituiti i cavalli, deriso dal popolo, Carlo IV se ne andò scornato ma contento di aver avuto salva la vita, e come gesto di riconoscenza dichiarò Siena sede di una camera (cioè di un tribunale) imperiale.

A proposito di questo imperatore, va anche ricordato che dodici anni prima di questo drammatico episodio, Carlo IV di Boemia aveva concesso alla città un grande privilegio, il riconoscimento alla locale università, dato in Praga il 16 agosto 1357, di università del Sacro Romano Impero. Grazie a questo atto, l’università di Siena poteva rilasciare lauree in tutte le facoltà, esclusa quella teologica, valide in tutti i territori della cristianità, e poteva conferire privilegi e immunità a docenti e studenti.

Nella foto: la statua bronzea di Carlo IV imperatore, situata a Praga, presso il ponte Carlo sulla Moldava.

Senio Ghibellini

 
Lavoro di fino nella Stufasecca PDF Stampa E-mail
Vedochiaro
Mercoledì 15 Marzo 2017 18:04

Che le pietre della Stufasecca abbiano bisogno di una bella sistemata è fuori discussione. Ma bisogna riconoscere che i nostri eroi, quando si mettono a fare un lavoro, lo fanno di fino, rattoppano col cesello dell’orefice.

 

 

La secchiata di catrame rovesciata in mezzo alla via appare anche particolarmente adatta per sostenere le ruote dei pesanti autobus senza avvallarsi… Vedere per credere.

Vedochiaro

 
Ora si raccolgono i frutti. E il Vangelo dice: dai loro frutti li riconoscerete PDF Stampa E-mail
Politica
Mercoledì 15 Marzo 2017 09:33

Il consiglio comunale ha approvato a maggioranza (16 voti a favore, 9 contrari, 1 non partecipante al voto, Staderini) l’aggiornamento delle garanzie fideiussorie del Comune di Siena a favore del Consorzio Terrecablate. Il dibattito, a partire dall’intervento del sindaco, è stato incentrato anche sulla situazione della società Terrecablate partecipata dal Comune. Qui di seguito, ecco il testo della dichiarazione di voto pronunciata in aula dal consigliere Marco Falorni, capogruppo di Impegno per Siena.

 

 

“Voterò contro questa delibera. Vorrei sottolineare, non tanto lo stato di maggiore o minore difficoltà della società, quanto la certificazione del fallimento di un progetto. Questo perché nel momento in cui si prevede la cessione del ramo d’azienda della parte di servizio relativa ai privati, è chiaro che il progetto è completamente fallito. Non si può infatti pensare che Terrecablate sia nato solo per servire il Comune di Siena, la Provincia e qualche altro comune o ente pubblico. Doveva servire il territorio, cioè le aziende e i privati. E che cosa fa il Comune? Non solo all’inizio ha investito i suoi soldi nel capitale della società, non solo è ora costretto in qualche modo a dover fare il cliente, pagando Terrecablate, per poter almeno sperare che la società che resta sia in grado di rimborsare i mutui residui. Non solo, il Comune dà anche la sua garanzia fideiussoria su questi mutui. Cioè il Comune fa tutte le parti in commedia, ma tutte a danno o a rischio per sé e per i cittadini. Mi sembra che si debba prendere atto di un fallimento a 360 gradi. Vorrei anche rispondere alla consigliera Periccioli, che ha detto: 20 anni fa chi poteva immaginare che la Fondazione non avrebbe più foraggiato? Tutti lo potevano e lo dovevano immaginare. Ci sono comunque i verbali di quanto detto tante volte in quest’aula, per anni, spesso anche da me, e cioè che il sistema non poteva durare. Io dicevo: ma se un domani la Fondazione non ci sarà più, almeno in questi termini, che succederà? Mi veniva regolarmente risposto: ma la Fondazione c’è! Ecco, questi sono gli argomenti usati dalla maggioranza per anni. Ora si raccolgono i frutti. E come dice il Vangelo, dai loro frutti li riconoscerete”.

 
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