Presto dovrebbe finire il silenzio di Sunto PDF Stampa E-mail
Vedochiaro
Martedì 20 Febbraio 2018 13:49

Forse qualcuno avrà notato che i rintocchi di Sunto non si sentono più dallo scorso Palio di agosto, cioè dal momento dell’incendio sulla sommità della torre del Mangia (incendio più che mai misterioso, ma questo è un altro discorso). In realtà l’orologio della torre funziona, ma sono bruciati i contatti che facevano scattare i rintocchi sul campanone.

 

 

Qualcuno cominciava giustamente a preoccuparsi del fatto che avremmo potuto non sentire il suono di Sunto in occasione dei giorni del prossimo Palio di luglio. Beh, almeno su questo ci sono notizie rassicuranti. Il Comune ha già dato incarico ad una ditta specializzata nella manutenzione di orologi storici di provvedere alla riparazione, cosa che dovrebbe avvenire in tempi brevi. Almeno si spera.

Vedochiaro

 
Cosa succede intorno noi: a Colle Val d’Elsa si sta pensando allo sfoltimento dei piccioni PDF Stampa E-mail
Varie
Mercoledì 21 Febbraio 2018 16:48

I piccioni sono troppi, e così il Comune di Colle Val d’Elsa è intenzionato a diminuirne il numero, anche a costo di mettere mano ai fucili. La notizia fa sensazione, ma non è così inedita. In un passato piuttosto remoto, anche dalle parti di Siena e dintorni si era già ricorsi a piani di abbattimento dei piccioni con l’aiuto dei cacciatori, poi non se ne è fatto più di niente. Anche perché c’è il problema della proprietà di questi animali, che per legge risulterebbero di proprietà demaniale, quindi dello Stato, e quindi non nella disponibilità dei Comuni. Ma chissà, questi ultimi forse potrebbero intervenire direttamente, in caso di rischi sanitari per la popolazione, cosa di cui si è già più volte discusso. In Italia ci sono così tante leggi, e così contraddittorie, che tutto è discutibile.

 

 

Ma sta di fatto che una corretta gestione dell’ecologia deve mirare al mantenimento degli equilibri nell’ambiente, compresi gli equilibri fra le specie animali. E se in ambiente urbano i piccioni diventano troppi, è comprensibile che un Comune pensi di sfoltirli. Colle lo farà possibilmente con metodi incruenti, spiega l’assessore Sofia Aggravi, ma se questi fallissero, potrebbero scattare i metodi più spicci, come l’abbattimento con i fucili. Vedremo. In realtà il problema è uno dei tanti scaturiti dal nuovo regolamento per gli animali varato dal comune colligiano. Una iniziativa meritoria, che conferma come la nuova e diffusa sensibilità per gli animali, prima di tutto quelli da compagnia, ma non solo, ha bisogno di tradursi in regole concrete che i cittadini sono tenuti a rispettare. E i comuni - quello di Siena lo ha già fatto anni fa - si stanno dotando di appositi regolamenti.

 
Cosa succede intorno a noi: Casole dice no all'invaso di Pian di Goro PDF Stampa E-mail
Varie
Martedì 20 Febbraio 2018 08:59

Si apre un nuovo fronte per la difesa dell’ambiente in Toscana e in particolare nella provincia di Siena. Il riferimento è al programmato invaso di Pian di Goro, che dovrebbe sorgere nelle vicinanze delle frazioni casolesi di Mensano e Monteguidi. Il lago artificiale, creato usufruendo del fiume Cecina, dovrebbe constare di 20 milioni di metri cubi di acqua, sommergendo una grande quantità di campi e terreni agricoli, ma anche strade e ponti.

Il progetto è contenuto nel piano ambientale ed energetico regionale, che ha inserito il bacino artificiale fra le infrastrutture necessarie ed indispensabili per combattere la siccità, nella fattispecie in val di Cecina. Tale previsione è stata approvata dalla giunta regionale toscana, con il forte impulso e sostegno dello stesso presidente Enrico Rossi.

 

 

Contro tale stravolgimento dell’ambiente sono già scesi fortemente in campo i movimenti ambientalisti valdelsani. Gli ecologisti, dopo la lotta contro l’invaso del Merse, che rimane sempre sullo sfondo, si trovano ora ad affrontare la minaccia di un altro invaso, che stravolgerebbe l’habitat naturale, la fauna e la flora, senza contare il danno per la perdita di terreni agricoli.

Ma gli ambientalisti non sono soli in questa battaglia, al loro fianco si è già schierato il Comune di Casole d’Elsa, direttamente interessato dal progetto regionale, ma che non è stato coinvolto nella decisione. E meno che mai sono stati coinvolti gli abitanti delle due frazioni maggiormente toccate dall’invaso, e cioè Mensano e Monteguidi. La domanda è: fino a che punto un’autorità regionale può decidere in solitudine, passando sopra la testa delle popolazioni interessate, decidendo in piena autonomia di cambiare l’immagine dei territori e di incidere sulla qualità della vita delle persone?

 
Cosa succede intorno a noi: teleriscaldamento a Piancastagnaio PDF Stampa E-mail
Varie
Lunedì 19 Febbraio 2018 14:29

Le abitazioni di Piancastagnaio cominceranno ad usufruire del teleriscaldamento nel prossimo anno 2019. L’annuncio del comune pianese è di quelli che non possono passare inosservati. Sembrava una scommessa azzardata quella su cui puntava il sindaco Luigi Vagaggini, e invece l’accordo siglato con il governo econ Enel Green Power pare proprio destinato a dare buoni frutti. Dopo l’area industriale, anche le case degli abitanti di Piancastagnaio saranno riscaldate grazie alla geotermia, al calore della terra che scaturisce e che viene in qualche modo “imprigionato” e indirizzato, alle pendici del monte Amiata.

Le prime abitazioni ad usufruire del nuovo servizio dovrebbero essere quelle intorno al viale Gramsci, nella primavera del prossimo anno. Per dare tutte le informazioni eai cittadini e per concordare zone e modalità degli allacci, il Comune renderà operativo un apposito ufficio.

Frattanto, a breve, cominceranno anche i lavori per realizzare la piscina geotermica delle Aiole, nell’area fra Arcidosso e Santa Fiora, struttura che naturalmente servirà tutta la zona circostante, a partire dal versante senese dell’Amiata.

In Toscana sono tre le aree vocate alla geotermia, quella storica di Larderello e Radicondoli, quella presso Pisa e quella che gravita sul monte Amiata, con ricadute, anche occupazionali, dirette e tramite l’indotto, non trascurabili. Certo, sulla geotermia continuano a gravare alcune riserve dal punto di vista ambientale, ma la ricerca per limitare i rischi si sta affinando e le prospettive economiche e sociali appaiono molto promettenti.

 
Comune di Siena, pressione tributaria al top PDF Stampa E-mail
Politica
Sabato 17 Febbraio 2018 14:42

Il Comune di Siena incassa mediamente oltre mille euro per ogni cittadino senese. Lo si evince dai dati forniti dal Centro studi della Cgia di Mestre, che ha analizzato la pressione tributaria comunale negli anni fra il 2009 e il 2017.

Prendendo in esame tutti i comuni della provincia di Siena, le tasse comunali incidono in media per 714 euro all’anno per ogni residente. Il minimo è a Murlo, con 487 euro, mentre il massimo è a Radda in Chianti, con 1.075 euro. Il capoluogo Siena si piazza al secondo posto con 1.063 euro, molto sopra la media della provincia.  E’ abbastanza impressionante misurare la differenza con i centri più grandi dopo Siena, e cioè Poggibonsi, a quota 510 euro, e Colle Val d’Elsa, con 498 euro, che giacciono, per fortuna dei loro abitanti, nei bassifondi di questa classifica che forse sarebbe bene leggere a rovescio.

 

 

C’è poi un altro dato che è interessante analizzare, e cioè quello dell’aumento della pressione fiscale comunale negli otto anni considerati, e cioè dal 2009 al 2017. Nella media della provincia senese tale aumento è stato sostanzioso, pari al 113 per cento. Il Comune di Siena si colloca poi ampiamente sopra tale media, con un aumento della tassazione del 137 per cento, e non è neanche in testa alla classifica, dove si colloca San Gimignano, con un aumento del 229 per cento. Meglio di tutti, si fa per dire, stanno dei comuni molto piccoli come Murlo, con un più 1 per cento, e Radicondoli, con addirittura un calo dell’8 per cento.

Da segnalare anche che negli ultimi anni gli aumenti esponenziali sono cessati un po’ dappertutto, ma non per certo perché sono diminuite le aliquote dei tributi. Il calo è probabilmente dovuto agli effetti della crisi economica, che potrebbe aver inciso negativamente sul gettito di alcuni tributi.

Marco Falorni

 
Tassazione locale: più 113 per cento PDF Stampa E-mail
Politica
Venerdì 16 Febbraio 2018 07:38

Quando dicono dal Governo che la tassazione a carico degli italiani diminuisce, può darsi che sia vero, in piccolissima parte, ma solo se ci si riferisce alle tasse riscosse dallo Stato. In realtà la tassazione complessiva è aumentata, perché nel frattempo sono esplose le entrate fiscali da parte dei comuni. Limitiamoci al complesso dei comuni della provincia di Siena, e prendiamo il periodo che va dal 2009 al 2017. Secondo i dati forniti dal Centro studi Cgia di Mestre, in questi otto anni le entrate tributarie comunali sono aumentate del 113 per cento, e questo per far fronte ai contemporanei tagli ai trasferimenti dallo Stato e dalla Regione, meno 53 per cento, e al calo anche delle entrate extratributarie.

 

 

Già questi numeri basterebbero a far drizzare i capelli, ma peggiori sono le conseguenze. I comuni, in piena emergenza, sono stati infatti costretti a tagliare drasticamente gli investimenti, meno 47 per cento, e questo impedisce di rimettere in movimento, tramite l’indotto, l’economia locale.

Ciò avviene mentre i comuni senesi aumentano comunque la spesa corrente, più 17 per cento. Ed anche a questo dato bisogna guardare dentro. Infatti, diminuisce la spesa per il personale, meno 13 per cento, a causa dello scarso turn over dei dipendenti, ma contemporaneamente aumenta moltissimo, più 27 per cento, la spesa per acquisto di beni e servizi, certamente dovuta al costo dei servizi pubblici appaltati a società esterne. Anche questo dimostra che i servizi una volta direttamente erogati dai Comuni, ed ora appaltati all’esterno, finiscono per costare di più ai cittadini. Si impone un radicale ripensamento di queste politiche.

Marco Falorni

 
Pompieri a digiuno PDF Stampa E-mail
Varie
Mercoledì 14 Febbraio 2018 14:31

Fa male, al cittadino della strada, apprendere che per giorni e giorni i vigili del fuoco sono stati lasciati a digiuno, e che si sono arrangiati alla meglio. E’ incomprensibile che si verifichino disservizi simili a carico di un corpo benemerito, benvoluto dai cittadini, che fa sempre i lavori più difficili e ingrati, e che dove c’è bisogno arriva sempre per primo.

 

 

Il disguido è derivato da un cambiamento nell’appalto per la fornitura dei pasti. Con il nuovo gestore  ci sono state evidentemente delle incomprensioni, ma senza voler entrare nel merito della faccenda, resta sconfortante che le autorità dello Stato, il governo non provveda immediatamente, in attesa di chiarire tutti i problemi, a fornire da mangiare e da bere ai nostri pompieri, è inammissibile lasciarli a digiuno, anche per un solo giorno. I turni dei vigili del fuoco sono molto pesanti, sono di dodici ore, e non è pensabile che possano arrangiarsi con un panino comprato strada facendo, non ci sono giustificazioni burocratiche che tengano, si tratta di avere il senso dello stato e di avere il normale rispetto reciproco che deve esserci fra le varie istituzioni.

La speranza è che i problemi siano già stati risolti in via definitiva. Ma resta grave ciò che è accaduto, il frigorifero vuoto non deve esserci in nessuna istituzione dello stato che assicuri un pubblico servizio. Non resta che inviare un saluto affettuoso ai nostri pompieri, e ringraziarli per tutto quello che fanno, che è davvero tanto.

Marco Falorni

 
Giorno del Ricordo, Falorni: “Non dimentichiamo quel treno della vergogna” PDF Stampa E-mail
Politica
Venerdì 09 Febbraio 2018 14:26

Durante il consiglio comunale del 9 febbraio 2018 è stato celebrato il Giorno del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e degli esuli istriano-dalmati. Qui di seguito ecco il testo dell’intervento pronunciato in aula dal consigliere Marco Falorni, capogruppo di Impegno per Siena.

 

 

“Ringrazio il professor Mazzoni per il suo apprezzato intervento. Del dramma terribile delle foibe ne abbiamo giustamente parlato varie volte in quest’aula. Forse è il caso di sottolineare maggiormente anche un altro aspetto di quegli anni: l’esodo dei 350 mila giuliano dalmati verso l’Italia. Esodo che fu certamente indotto dal terrore instaurato dai comunisti titini e dalle stesse notizie che giungevano sulle foibe.

Si fa presto a dire che tanti italiani lasciarono l’Istria e la Dalmazia per raggiungere il territorio italiano. Proviamo a metterci nei panni di quelle persone, di quelle famiglie che spesso avevano già da piangere per qualche lutto di guerra, per qualche loro congiunto morto in combattimento, sotto i bombardamenti, nelle fucilazioni sommarie o proprio perché gettato in quelle infernali cavità carsiche. Quelli che rimanevano, spinti dal terrore e dalle vessazioni, presero la via dell’esilio, lasciando in quelle terre tutto: i loro beni, mobili e immobili, spesso i loro affetti, perfino i loro morti nei cimiteri, i loro ricordi, il loro lavoro, le loro case. Pensiamo a cosa doveva provare un padre o una madre nel chiudere per l’ultima volta la porta di casa, sapendo di non poterla vedere mai più, certo tanti avranno lasciato la porta aperta, ben sapendo che la sera stessa quelle pareti sarebbero state abitate da altre persone, ignare e indifferenti alla vita che in quelle stanze si era svolta. E poi partire, con le valigie di cartone, ammassati su miseri carretti, o a piedi, o tirandosi dietro poveri muli sovraccarichi di povere cose. Ma almeno questi sfortunati italiani avevano una speranza: quella di essere accolti in patria con spirito fraterno dai loro connazionali. Quale amara delusione li attendeva.

Ovunque essi furono accolti con insulti, sputi, emarginazione, quando non percosse, il tutto nella indifferenza generale, mentre i pochi compatrioti che li aiutavano, lo facevano in silenzio, chiedendo loro di tacere, e di tacere soprattutto sui ricordi tragici che si portavano dietro. E questo per decenni. Quanti di questi esuli sono morti senza neppure poter sfogare la loro amarezza e ricevere solidarietà.

L’episodio simbolo di questa barbara accoglienza lo si ebbe il 18 febbraio 1947 alla stazione ferroviaria di Bologna, quando un treno stracarico di esuli affamati subì la violenza cieca dell’ideologia politica. I sindacati dei ferrovieri ed attivisti comunisti impedirono che fossero distribuiti gli alimenti preparati dalla Croce Rossa e dalla Pontificia Opera di Assistenza, alcuni militanti arrivarono a versare sui binari il latte destinato ai bambini istriani, che rischiavano la disidratazione. Ammesso, ma assolutamente non concesso, che ci fosse qualche adulto fra gli esuli con qualcosa da farsi perdonare, che colpa ne avevano quei bambini? A quale ferocia può arrivare l’odio di parte?

Quel treno, che fu detto della vergogna, fu alfine fatto ripartire e potè fermarsi a Parma, dove le camionette dell’esercito avevano trasportato i cibi, e quegli esuli disgraziati poterono finalmente ricevere un pasto caldo.

Sessanta anni dopo, nel 2007, il Comune di Bologna fece apporre una lapide commemorativa, per non dimenticare quel treno e quel giorno della vergogna.

In tema di immigrazione, anche oggi assistiamo ad episodi che niente hanno a che fare con il concetto di umanità, che ci lasciano a dir poco sconcertati. Ma non dobbiamo mai dimenticare quello che alcuni nostri connazionali hanno fatto subire ai fratelli italiani 71 anni fa.

Anche per questo, e non solo per rendere omaggio ai martiri delle foibe, oggi celebriamo la Giornata del Ricordo. Sperando, e credo che questo sia lo scopo della celebrazione, così come per il Giorno della Memoria, di poter contribuire a riconciliare, a rasserenare gli animi, a metabolizzare la lezione della storia perché simili tragedie non si ripetano mai più, sperando che il popolo italiano sappia unirsi, sappia costruire insieme una pace sociale duratura, sappia essere davvero, con l’aiuto di Dio, “un” popolo, e non un insieme di fazioni in lotta fra loro”.

Marco Falorni

 
Regolamento antifascista: non compete al consiglio comunale deliberare in materia PDF Stampa E-mail
Politica
Mercoledì 31 Gennaio 2018 08:25

Nella seduta del 30 gennaio 2018 è stato approvato a maggioranza il regolamento antifascista. Marco Falorni, capogruppo di Impegno per Siena, ha spiegato le sue perplessità sul piano giuridico e ha dichiarato la non partecipazione al voto. Ecco il testo dell’intervento pronunciato in aula dal consigliere di IPS.

 

 

 

“Credo sia doveroso spiegare i motivi delle mie perplessità su questa proposta di delibera, cosa che fa eccezione rispetto alla regola da me seguita di essere favorevole agli atti che mirano a tutelare e far rispettare la nostra costituzione, che condivido in pieno, e che fra l’altro è stata in buona parte scritta o ispirata da Giorgio La Pira, un personaggio che sicuramente orienta la mia pur limitata azione culturale e politica. Per questo, sono necessarie un paio di premesse.

La prima. Sono talmente convinto della bontà della nostra costituzione, da aver contribuito a difenderla, grazie a Dio vittoriosamente, dall’arrogante attacco che le era stato recentemente portato dal Partito Democratico di Renzi e Boschi. E mi corre l’obbligo di ringraziare, per l’apporto dato a tale difesa, anche l’Anpi e la Cgil, ringraziamento che si estende anche agli esponenti di tali organismi eventualmente presenti in aula.

La seconda. Credo sia noto che il sottoscritto ha una formazione culturale e politica di matrice cattolica. Ne discende, che per il fascismo così come per il comunismo, intesi non come fenomeni storici che sicuramente mi interessano, ma come movimenti politici non posso avere alcuna simpatia. E questo non solo perché entrambi contraddicono i princìpi del cattolicesimo democratico, ma anche perché, storicamente, entrambi, in Italia, hanno perseguitato i cattolici, con minacce, violenze, chiusura e devastazione di circoli, percosse e finanche uccisioni, e ciò sia prima che durante la seconda guerra mondiale, nel caso del comunismo poi anche negli anni seguenti. Quanto al fascismo, forse non sarà un caso che le due leggi che, dopo l’approvazione della carta fondamentale, hanno teso ad impedirne la ricostituzione portano entrambe il nome di politici di matrice democratica cristiana.

Queste premesse erano necessarie a sgombrare il campo dal fatto che il mio intervento possa essere improntato ad argomenti di carattere politico. Al contrario, intendo riferirmi solo ad argomenti di carattere giuridico. Anche qui con una piccola precisazione. Da consigliere comunale, credo al pari di altri colleghi, non ho gradito le minacce preventive di prendere provvedimenti giudiziari nei confronti di chi votasse questo atto. Il consigliere deve essere sereno e libero nei suoi giudizi e nei suoi voti, e le intimidazioni ha il dovere di rimandarle al mittente. Respinta dunque la voglia di votare a favore per pura legittima reazione, mi sforzerò, ripeto, di ragionare solo in termini di razionalità e di legittimità. Ed entriamo nel merito.

Dò atto alla giunta di aver depurato il testo da una serie di proclami puramente ideologici contenuti nella parte narrativa, proclami che di per sé avrebbero probabilmente inficiato la legittimità della delibera. Così come è arrivato oggi in aula, l’atto è più presentabile, e tuttavia va esaminato approfonditamente, poiché prevede sanzioni gravi per chi non ottemperasse alle prescrizioni previste, fino ad impedire l’uso di spazi comunali per le attività artistiche, sportive, addirittura commerciali su aree pubbliche. Si tratta di limitazioni che espongono al rischio di impugnazione e quindi da valutare con prudenza.

Dunque, nel citare la costituzione, la delibera ricorda che la stessa proclama la pari dignità dei cittadini senza distinzione di opinioni politiche. Ne consegue che la costituzione è veramente democratica, e dunque, mentre deve essere necessariamente imperativa per quanto riguarda i comportamenti individuali, deve prevedere anche la libertà di opporsi, politicamente, anche alla stessa carta fondamentale, altrimenti non ci sarebbe libertà di opinione politica, altrimenti non si sarebbero potuti nemmeno attuare i tentativi, più o meno fortunati, di riforma costituzionale.

Per spiegarsi meglio, mentre le azioni, individuali e di gruppo, possono essere condizionate o in certi casi vietate dalla legge, e quindi per esempio non si può ricostituire il partito fascista, mentre, sempre per esempio, anche la libertà di parola, in qualche misura, può essere limitata, perché vige il divieto di diffamazione, la libertà di pensiero non può essere limitata, e questo per definizione.

Non per caso l’articolo 21 della costituzione prevede che “tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ne consegue, ed è un fatto acclarato nella dottrina giuridica, che esiste pure un diritto “negativo”, cioè quello di non manifestare pensieri e opinioni contro la propria volontà. Non è un caso se il voto è segreto, in Italia.

Da ciò discende la particolare attenzione che bisogna porre nel richiedere la firma su atti che obbligassero certuni a dichiarare il proprio pensiero. Se costoro agiscono e parlano in modo conforme alla legge, non potrebbero essere perseguiti o sanzionati se invece pensassero diversamente, né sarebbe legittimo obbligarli a dichiarare la propria opinione.

Continuando nell’analisi giuridica del documento in discussione, occorre notare il richiamo, che è stato fatto, alle leggi Scelba e Mancino, in quanto il controllo sulla loro corretta applicazione, che personalmente auspico, non compete certo direttamente a questo consesso, bensì alla magistratura, e non per caso entrambe le leggi prevedono anche la pena della reclusione, al verificarsi di determinate circostanze. A questo punto, non si capisce perché non sia stato richiamato pure l’articolo 270 del codice penale, che sancisce il divieto di associazioni sovversive, e prevede di punire i trasgressori con la reclusione da cinque a dodici anni.

In definitiva, se il sindaco, un assessore o un consigliere comunale, avesse notizia della ricostituzione del partito fascista o della costituzione di una qualsiasi associazione sovversiva, egli avrebbe non solo il diritto, in quanto cittadino, ma soprattutto il dovere, in quanto pubblico ufficiale, di presentare denuncia alla magistratura.

Ma l’accertamento del reato, ed eccoci al punto, non lo può effettuare il Comune, né la giunta, né il consiglio comunale, né tantomeno gli uffici comunali. E dunque, se per ipotesi qualcuno si rifiutasse di sottoscrivere le prescrizioni di cui parliamo, mi parrebbe almeno originale, per usare un eufemismo, che si applichi una sanzione negando concessioni od autorizzazioni all’uso di spazi comunali o pubblici, che ad altri vengono normalmente rilasciate.

In conclusione, e mi scuso per il ragionamento necessariamente complesso che ho dovuto esporvi, pur condividendo lo spirito dell’atto nella misura in cui chiede il rispetto della costituzione, mi sembra, in coscienza, che non sia possibile sostituirsi alla magistratura nel riconoscimento e nella sanzione per eventuali reati, e quindi giudico questo consesso, cioè il consiglio comunale, incompetente a deliberare sull’atto proposto. Pertanto, pur sperando di aver portato un contributo di serena riflessione, non parteciperò alla votazione su questa delibera”.

Marco Falorni

 
L'urbanistica nacque in piazza del Campo PDF Stampa E-mail
Croce del Travaglio
Martedì 06 Febbraio 2018 17:22

D’accordo, è una forzatura, non ci sono basi storiche e scientifiche per affermarlo, ma di certo non si è troppo lontani dal vero a dire che l’urbanistica è nata insieme a piazza del Campo. Questa piazza infatti fu profondamente voluta, progettata e disegnata a tavolino dal governo dei Nove, in tempi in cui non si parlava certo di piani regolatori, ma neppure di norme edilizie ben definite. Si pensi che nel 1297 il governo senese stabilì norme urbanistiche precise per i palazzi che si sarebbero dovuti affacciare sulla piazza, a cominciare dallo stesso palazzo Pubblico, che ancora non c’era. Si parlava, tanto per fare un esempio, di utilizzo di finestre “a colonnelli”, cioè bifore e trifore. Si tratta, forse, delle norme più antiche in materia di urbanistica.

 

 

Di certo la piazza nacque dalla volontà di creare uno spazio ampio, sentito come neutrale rispetto ai vari quartieri urbani, che fungesse da luogo di rappresentanza adeguato al prestigio della città, e dove poter organizzare feste pubbliche per la delizia del popolo. Per fare questo, il governo dei Nove non andò per il sottile, fece abbattere diversi edifici, compresa la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, per far posto alla piazza, mentre altri palazzi si trasformavano profondamente. Contemporaneamente si metteva mano alla costruzione del primo nucleo del palazzo Pubblico, che non per caso fu tenuto separato da altre abitazioni, proprio perché l’edificio, destinato ad essere sede del potere civile, doveva non solo essere, ma anche apparire distaccato dai circostanti interessi privati, doveva essere lo specchio, anche simbolico, delle legittime aspirazioni di tutta la comunità. E per realizzare il Campo si scelse un luogo altrettanto simbolico, quello dove degradavano e si incontravano le tre parti, i tre terzi della città, che corrispondevano alle collinette di Castelvecchio, Castelmontorio e Camollia.

Il governo voleva creare, ed in effetti creò, uno spazio assolutamente pubblico, ampio, e soprattutto circondato e permeato dalla bellezza. Pensando non al momento contingente, non destinato all’effimero, ma progettato per durare nel tempo e per incarnare i valori, sperati eterni, della città. Di lì a pochi anni veniva redatto (in volgare!) il giustamente celebre costituto del 1310. Era il tempo del buongoverno, davvero.

Senio Ghibellini

 
Sull’Enoteca un voto storico. Ecco chi ha votato per lo scioglimento e chi contro PDF Stampa E-mail
Politica
Mercoledì 25 Ottobre 2017 13:33

La delibera per procedere alla liquidazione dell’Enoteca è stata approvata dal consiglio comunale con 17 voti a favore a fronte di 11 contrari. Cinque erano i consiglieri assenti al momento del voto: Nesi e Maestrini, assenti fin dall’inizio della seduta, e tre assentatisi in corso d’opera (strategicamente?), e cioè Alessandro Piccini, Becchi e Marzucchi.

La maggioranza è stata disciplinata e compatta, con tutti i piddini (valentiniani e scaramelliani) uniti appassionatamente, e con gli alleati di Siena Cambia, Riformisti e gruppo misto che, in spregio ai ripetuti proclami di autonomia, e alle rivendicazioni di non votare a loro scelta le delibere proposte dal sindaco, hanno invece dato il loro docile voto favorevole.

La delibera è stata comunque storica, ed è giusto che ognuno, nel bene o nel male, si assuma le responsabilità di competenza. Pertanto ricordo tutti i nomi dei consiglieri votanti. A favore dello scioglimento dell’Enoteca: Valentini, Ronchi, D’Onofrio, Lorenzetti, Di Renzone, Cappelli, Zacchei, Persi, Petti, Simone Vigni, Lolini, Bruttini, Periccioli, Guazzi, Da Frassini, Bufalini, Porcellotti. Contro lo scioglimento dell’Enoteca: Falorni, Corsi, Bianchini, Giordano, Sabatini, Trapassi, Pinassi, Aurigi, Campanini, Staderini. Qui di seguito pubblico il mio intervento pronunciato in aula (m.f.)

 

 

 

“Per la distruzione dell’Enoteca, per questo ennesimo disastro a danno della città di Siena, bisogna riconoscere che il Comune di Siena, pur avendone grande responsabilità, non è il solo colpevole, ci sono anche altri enti, a cominciare dalla Regione Toscana. Diciamo, in sintesi, che INSIEME CI SIETE RIUSCITI.

L’Enoteca di Siena, formalizzata nel 1960, affonda le radici nella mostra dei vini tipici d’Italia, tenuta nel 1933 in fortezza con grande successo. In quella occasione i migliori intellettuali toscani del tempo, Lorenzo Viani, Maccari, Bilenchi, Cesarini, Rosai si sfidavano a colpi di sonetti nel festival della poesia bacchica. E questa storia la facciamo finire nel 2017, con l’amministrazione Valentini. Bravi! Paolo Maccherini sicuramente si rivolta nella tomba, e con lui Gianni Brera ed altri grandi amici, e direi anche cantori dell’Enoteca.

Il vicesindaco Mancuso mi è buon testimone che, proprio nei primi giorni di questo mandato consiliare gli parlai dell’Enoteca come una delle prime emergenze, se non la prima in assoluto, da affrontare, ed egli manifestò sincera preoccupazione e volontà d intervenire. E dopo cinque anni, cosa è stato fatto? Quali sono i risultati?

In una provincia che, unica fra tutte, vanta ben quattro vini DOCG, come si fa a chiudere il principale ente vocato al vino? Anticamente l’Italia, o almeno una parte di essa, si è chiamata Enotria, terra del vino, e noi oggi come raccogliamo questa eredità? Nel tempo, la nostra città ha sempre subìto, senza mai reagire, nonostante i reiterati allarmi lanciati in quest’aula, la nascita e lo sviluppo di nuovi enti e iniziative vocate al vino, dal Vinitaly in poi. L’Enoteca aveva l’esclusiva nazionale della promozione vinicola, ed oggi è la cenerentola. Abbiamo subìto perfino lo schiaffo dello scippo della selezione dei vini di Toscana, alla quale ho personalmente partecipato come assaggiatore in rappresentanza della stampa, selezione emigrata a Firenze, guarda caso alla Leopolda, una location eloquente.

Oggi si viene a dire che continuare a finanziare l’Enoteca sarebbe un danno erariale. Questo è il risultato di decenni in cui si sono messi nelle posizioni di vertice esponenti del PD in parcheggio, invece che esperti del settore economico di competenza, fino alla recente nomina di Egidio Bianchi, bravo commercialista, sicuramente esperto anche in liquidazioni societarie, ma comprensibilmente non altrettanto esperto di agricoltura ed enologia. E non lo si è messo nelle condizioni di elaborare un piano industriale di rilancio dell’ente. Non basta la recente iniezione di liquidità da parte della Regione, volatilizzata in fretta, perché scollegata da ogni idea di futuro.

Potremmo anche accettare il peggio, ma non senza aver prima lottato fino all’ultimo. Ci dicono che perfino il Governo è insolvente. E perché il sindaco non fa una conferenza stampa per denunciarlo apertamente? Perché il PD di Siena non prende contatto con il ministro dell’agricoltura Martina, che poi è anche il vicesegretario nazionale del Partito Democratico, e quindi il vice di Renzi? Perché i consiglieri comunali del PD non invitano a Siena il ministro Lotti, e stavolta non per portarlo a cena in contrada, ma per portarlo a vedere in che condizioni è stata ridotta l’Enoteca? Perché il sindaco Valentini, che vanta grandi relazioni con il governatore Rossi, non lo coinvolge nel problema Enoteca? E che cosa hanno fatto i parlamentari del territorio, Susanna Cenni e Luigi Dallai, perché non spendono nemmeno una interrogazione parlamentare, una parola per difendere concretamente l’Enoteca?

Provo a darvi una road map: riunite sindacati e dipendenti e chiedete loro una proroga di fiducia, scrivete una relazione alla corte dei conti per giustificare la situazione, fate una spedizione presso il Governo e una presso la Regione e date loro la sveglia. Riunite un tavolo con le associazioni di categoria del mondo agricolo e con i consorzi dei nostri grandi vini e di altri vini d’Italia per coinvolgerli nella salvezza e, con nuove prospettive, nella gestione dell’Enoteca. Mettete tutti i soggetti competenti di fronte alle loro responsabilità e datene puntualmente conto alla cittadinanza senese. E intanto valorizzate la fortezza come polo di accoglienza turistica e di promozione dei prodotti enogastronomici locali. E in attesa di recuperare tutta la fortezza, recuperate almeno ad un livello di decenza l’ingresso della fortezza stessa, dove c’è l’Enoteca. Cambiate i cartelli rotti, togliete le pozzanghere, riempite la zona di fiori, di cure, di amore.

Se prima non fate tutto questo, non potete oggi chiederci l’autorizzazione a sciogliere l’ente.

In conclusione, mi rivolgo, non all’amministrazione Valentini o al PD come soggetto politico, che ritengo irredimibili, mi rivolgo invece ai singoli consiglieri comunali di maggioranza, del PD e degli altri gruppi, non date il vostro voto, non apponete la vostra simbolica firma sulla fine dell’Enoteca, non fate la storia a rovescio. Aggiungo che, per nutrire la legittima ambizione di contribuire al riscatto della città, è necessario che oggi diano un segnale di effettiva autonomia, di sincera volontà di aderire prima agli interessi collettivi dei senesi che agli ordini di partito o di scuderia. E’ necessario che oggi, da questo consiglio, venga un voto contrario alla proposta di delibera che il sindaco ci ha sottoposto”.

Marco Falorni

Impegno per Siena

 
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